Oltre piazza San Giovanni

Nata da una piattaforma, che riprendeva lo slogan “NO KINGS” del movimento statunitense che ha prodotto analoghe imponenti manifestazioni nelle principali città USA contro Trump e la guerra, quella di Roma ha declinato al plurale, nella piattaforma di indizione, la critica generica a “regnanti” associati tra loro senza distinguo in contesti del tutto diversi. Tuttavia, i contenuti centrali, espressi poi concretamente dalla gran parte dei manifestanti, sono andati ben oltre la piattaforma iniziale: sono stati quelli relativi al No al riarmo, alla spesa militare oltre a quello alla guerra, causa non solo di distruzioni e morte, ma anche del peggioramento delle condizioni di vita e riduzione dei diritti a livello sociale.

Il genocidio che subisce la Palestina ha avuto ancora una volta un ruolo prevalente negli slogan e negli striscioni dei manifestanti, denunciato come qualcosa di più simile agli eccidi nazi-fascisti che alle guerre guerreggiate in senso tradizionale. Con l’attacco in atto all’Iran e al Libano, dopo quello all’Iraq e alla Siria, USA e Israele mostrano senza più veli il volto brutale di un Occidente capitalistico in crisi economica ed egemonica, che tenta di uscirne con la forza militare e la guerra come elemento riordinatore.

Le grandi manifestazioni negli USA e in molti paesi europei, come quella imponente di Roma sono dunque la risultanza di una crescente opposizione a guerra e genocidio, messo in atto ormai anche nel Libano. L’aggressione all’Iran, tuttavia, non sembra andare nella direzione attesa dagli USA e Israele, neanche sul piano militare. A fronte dell’escalation della guerra e delle sue conseguenze, cresce il dissenso verso le classi dirigenti che ne sono responsabili direttamente e indirettamente.

Difficile quantificare la presenza a una manifestazione di decine e decine di migliaia di persone come quella che ha invaso il centro di Roma, ma il dato generazionale delle presenze, soprattutto quelle non organizzate, segnala una continuità con le grandi mobilitazioni dell’autunno per Gaza e il voto al Referendum costituzionale, che ha visto decisivo il pronunciamento di quei giovani che in gran parte sono stati in piazza anche il 14 scorso coi sindacati di base, ricucendo, con maggiore saggezza degli adulti, la relazione tra le due manifestazioni su un terreno più avanzato, in un caso nel metodo nell’altro nei contenuti. I giovani, infatti, stanno sollevando istanze che legano la loro condizione sociale, di disoccupazione, sfruttamento e precarietà con il rifiuto degli orrori della guerra fuori da ogni dimensione umana.

Istanze che nulla hanno a che fare, come appare evidente dagli slogan, gli striscioni, le parole d’ordine con il quadro politico esistente. Istanze che chiedono una grande innovazione di regole e contenuti, alternativi alle politiche subalterne al liberismo come all’autoritarismo.

La manifestazione di Roma per la maggior parte dei giovani non si è conclusa a piazza San Giovanni, ma al grido di “Blocchiamo tutto” ha proseguito il percorso fino alla tangenziale, a segnalare la voglia di andare oltre gli obiettivi posti dalla stessa piattaforma dell’indizione, dando così un segnale di radicalità non utilizzabile da strumentalizzazioni elettoralistiche.