Costituzione, pace e diritto al dissenso: un’agenda per contrastare il neoliberismo autoritario – Tre domande ad Alessandra Algostino

Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Torino

Alessio Giaccone Professoressa, il recente referendum costituzionale ha visto una netta (e forse imprevedibile) affermazione del No alla riforma della Magistratura. Come legge questo esito?

Alessandra Algostino Il no al referendum racconta di una rivolta contro l’arroganza e la violenza del potere; di voglia di principi; di politica come visione del mondo; di desiderio di un altro futuro. È un passo contro l’autoritarismo, per la Costituzione. Dire Costituzione significa antifascismo, diritti, partecipazione, pace, emancipazione. Ed è un passo tanto più rilevante in quanto, come risulta dai primi dati disaggregati, proviene dai giovani, dalle donne, dal Sud; da chi più di altri sente il disagio e il peso dell’esistente e ha colto nel referendum la possibilità di far sentire la propria voce (e non escluderei che il Sud abbia votato anche contro l’autonomia differenziata, voto precluso dalla dichiarazione di inammissibilità del referendum sulla legge Calderoli). È una vittoria della società, di cittadine e cittadini, che hanno organizzato incontri, discusso, distribuito volantini. Sono le forze sociali e politiche vive che attraversano i territori ad aver innervato la campagna referendaria, ad aver contrastato con una informazione consapevole una cappa mediatica asfissiante di falsità, menzogne, strumentalizzazioni. È stato un voto contro la riforma, contro il governo Meloni, contro la costruzione di un regime autoritario, direi anche contro la guerra e contro il genocidio che continua in Palestina: è stato un voto contro l’esistente. Un “ora basta”, invertiamo la rotta.

I partiti dell’opposizione si sono attivati tardi, per poi ribaltare subito l’esito referendario sul voto alle prossime elezioni politiche: certo è auspicabile un fronte ampio per battere le destre, ma mobilitazione e partecipazione non sono state per loro (né grazie a loro né in loro favore). E certo la soluzione non sono le primarie, la scelta del capo, ma, al contrario, la via non può che essere un ascolto attento ed effettivo del corpo vivo della società, di quanto si muove nel “basso”; e non una recezione finalizzata al voto, ma la capacità di costruire una alternativa credibile e reale. Per le opposizioni, che sono state governo, una semplice domanda: sapranno essere alternativa allo stato di cose o ne veicoleranno, come in passato, solo una versione più soft? L’auspicio è che sappiano cogliere la tensione al cambiamento che c’è nel “no”, nel “no” della società civile. E non suoni populista: è il tessuto vivo della società, dell’associazionismo, del mondo del lavoro, dei movimenti che si è mosso; in modo trasversale, con le proprie differenze, ma insieme convergente. Come nelle dirompenti piazze per la Palestina. Gli anticorpi sociali. L’alta partecipazione, non solo al voto, ma come mobilitazione, è un segnale di vitalità della democrazia, ma non ha un riflesso scontato sulla crisi della rappresentanza. E chi sta cercando di leggere il voto in chiave autoreferenziale, di appropriarsene, dovrebbe rifletterci.

In prima istanza, si può dire che è stata una vittoria della Costituzione, non solo perché è stata impedita una revisione “incostituzionale”, ma perché è stata ancora una volta sentita come argine contro il potere e terreno sul quale costruire diritti, conflitto e alternativa. Un referendum ri-costituente, come nel 2006 e nel 2016. La Costituzione è un progetto di trasformazione della società: solidarietà, redistribuzione delle risorse, diritti sociali, pace, partecipazione effettiva, riconoscimento del conflitto. In una parola, emancipazione, personale e sociale. È l’antitesi del neoliberismo autoritario, del tecno-fascismo, della plutocrazia, della normalizzazione della guerra e del clima bellico.

Abbiamo difeso le istituzioni, la loro possibilità di essere garanzia, limite al potere; il no alla riforma della giustizia segna anche la fine del silente premierato (anche se non necessariamente quella di una legge elettorale che può riprodurne alcuni effetti perversi). Le istituzioni sono lo strumento, il quadro, per attuare il progetto. Ora passiamo a questo. Impediamo la conversione dell’ennesimo decreto sicurezza e del disegno di legge di contrasto all’antisemitismo (alias al dissenso), e poi rimuoviamo le norme che criminalizzano dissenso, poveri e migranti, che qualificano come necropolitica la gestione delle frontiere, che demoliscono i diritti dei lavoratori. Sostituiamole con politiche che rendano effettiva la partecipazione, che valorizzino pluralismo e conflitto, che costruiscano la democrazia sociale contro un modello economico predatorio ed estrattivista, che perseguano la pace e tutelino i diritti senza “se e ma”, senza ambiguità selettive e coloniali, senza l’inganno di supposte guerre giuste.

È leggere troppo in un “no”? Non credo. Il referendum è stata l’occasione per discutere di politica e ha mostrato il desiderio di un’altra politica, quella che è praticata nel basso e che dal basso apre crepe nell’orizzonte autoritario, bellico, dominato dalla logica del profitto, che ci avvolge. È una voce contro l’esistente.

A.G. Negli ultimi mesi la società italiana ha mostrato crescente attenzione alla questione palestinese e forte critica verso i crimini di Israele. Nonostante questo, permane il tentativo di confondere i concetti di antisionismo e antisemitismo. Quali rischi vede nel disegno di legge in materia di antisemitismo?

A.A. L’antisemitismo viene ad assumere sempre più spesso un posto d’onore nel vocabolario delle parole distorte: la sua condanna come pratica e tesi aberrante, oltraggio alla dignità e all’uguaglianza, diviene mezzo per giustificare violazioni e repressione dei diritti; esecrato, in quanto asse razzista del nazifascismo, con il relativo corredo di efferatezze, è piegato, con una eterogenesi dei fini, allo scopo di screditare e delegittimare chi oggi critica violenze perpetrate su base razzista e coloniale.

Ed è una distorsione dai molteplici benefici per chi la pratica. Da un lato, l’antisemitismo è mistificato per delegittimare le critiche a Israele (e ai suoi complici): la storia che evoca e il suo ripudio come elemento costitutivo del discorso dei diritti sono sfruttati per contrastare la limpidezza delle critiche incardinate nel diritto; dall’altro lato, è usato come mezzo per criminalizzare le proteste e scardinare la garanzia dei diritti.

Asse portante della distorsione è la Definizione operativa di antisemitismo proposta nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), o meglio, lo sono alcuni degli «esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica» che propone.

La definizione sconta una certa vaghezza e imprecisione anche se appare assumere come sostrato il contrasto all’“odio per gli ebrei”; alla definizione seguono quindi undici esempi, non esaustivi, al cui interno si annida l’equiparazione fra odio per gli ebrei e critiche ad Israele; a partire dal fatto che ben sei menzionano Israele. Almeno due esempi: «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo»; «Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti», sottendono una equiparazione fra odio verso gli ebrei e critica ad Israele. Sovrapporre l’“odio verso gli ebrei in quanto tali” a “ostilità nei confronti di Israele in quanto Stato degli ebrei”, assicura ad Israele una particolare intoccabilità; oltre a veicolare un’altra sovrapposizione impropria, quella fra antisemitismo e antisionismo.

Ora la definizione dell’IHRA, con i suoi esempi operativi, è assunta come definizione di “antisemitismo” nel disegno di legge base in materia di contrasto all’antisemitismo, il c.d. “ddl Romeo”.

Non vi è nel ddl Romeo l’esplicita inclusione dell’antisionismo nell’antisemitismo, come era nel ddl Gasparri, ma, come mostrano gli esempi citati, gli indicatori della definizione IHRA consentono, se non incoraggiano, l’incorporazione; per non citare il fatto che nella Relazione introduttiva al ddl Romeo si legge di «focolai di antisemitismo» che «si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo».

Se il presupposto è l‘antisemitismo à la IHRA, ogni misura assume le vesti di una limitazione della libertà di critica, di un controllo in chiave repressiva; nei Paesi nei quali è stata adottata la definizione numerosi sono i casi che mostrano l’impatto negativo sulla libertà di manifestazione del pensiero, e, in particolare, sulla libertà di ricerca e di insegnamento, ovvero sulla libertà accademica, causando cancellazione o restrizione di eventi, alimentando l’autocensura, producendo un effetto deterrente

Questo, anche se occorre rilevare come il ddl Romeo attenui i toni rispetto ad altri (in specie i disegni di legge Gasparri e Delrio); monitoraggi, prevenzione, contrasto, mirano a disciplinare, in particolare scuola e università.

Hard o soft, compare un tentativo di disciplinamento che contraddice il senso di scuola e università quali luoghi di formazione di sapere critico, pensiero alternativo, immaginazione trasformativa; luoghi dove la libertà di manifestazione del pensiero nel suo presentarsi come libertà accademica esige garanzie rafforzate, che la tutelino da qualsiasi forma di coazione.

In un’epoca segnata dalla normalizzazione della guerra, dalla concentrazione del potere e dalle sue pretese assolutiste, l’«allineamento delle percezioni» (Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025) è parte del clima bellico, della militarizzazione della democrazia, della deriva autoritaria.

Indiscutibile resta l’esigenza di contrastare con forza l’antisemitismo, in quanto tale e in quanto paradigma delle violenze perpetrate nel nome di razze, etnie, religioni, che sia islamofobia o disumanizzazione dei migranti, ma proprio questo esige che si demistifichi la distorsione: strumentalizzare l’antisemitismo si riverbera sulla sua sostanza e sulla lotta effettiva alla sua esistenza.

È necessario essere chiari: il contrasto all’antisemitismo diviene, attraverso la distorsione della definizione IHRA, strumento di repressione e disciplinamento, inserendosi nel filo nero della criminalizzazione del dissenso, nel processo globale di neutralizzazione della divergenza e di espulsione, quando non eliminazione, della marginalità eccedente.

A.G. Infine, è in corso di conversione il decreto sicurezza. Cosa resta del diritto di manifestare se ogni forma di dissenso viene trattata come un problema di ordine pubblico?

A.A. L’ultimo decreto in materia di sicurezza, il decreto legge n. 23 del 2026, è l’ennesimo passo nella criminalizzazione del dissenso. Il dissenso, così come il riconoscimento del conflitto, sono elementi essenziali e imprescindibili della democrazia; la considerazione del dissenso come problema di ordine pubblico e la metamorfosi della sicurezza, dei diritti, sociali, sul lavoro, in ordine pubblico e decoro, svuotano la democrazia, lasciandone solo l’involucro, mentre nelle sue forme si sviluppa un regime autoritario. L’ultimo decreto in particolare si accanisce sul diritto di riunione, tra zone rosse, divieti di accesso, obblighi di firma e sanzioni pecuniarie che colpiscono i promotori delle manifestazioni come chi devia dal percorso concordato, con i relativi effetti deterrenti, dissuasivi, ovvero di intimidazione istituzionale rispetto all’esercizio del diritto. Al panpenalismo o populismo penale si affianca una amministrativizzazione della sicurezza, intrisa di cultura del sospetto e dominata dalla discrezionalità di prefetto e questore, che, anche attraverso questa via, non tocca nominalmente la Costituzione ma rende ineffettivo l’esercizio dei diritti. Un esito paradossale per una democrazia disegnata dalla Costituzione come sociale e conflittuale.