Tratto da Osservatorio Repressione
Le torture e le umiliazioni contro gli attivist3 della Sumud Flotilla non sono un eccesso: sono il linguaggio di un potere fondato su guerra, razzismo e impunità
Bolzaneto, la Diaz, le umiliazioni, i pestaggi, gli insulti, i corpi costretti, spogliati, piegati, trasformati in oggetti nelle mani di chi indossa una divisa. Lo spettacolo di violenza brutale esercitato dai militari e dalla polizia israeliana contro gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla non ci appare estraneo. Lo conosciamo. Lo abbiamo già visto all’opera.
Non perché ogni contesto sia identico. Non perché si possano sovrapporre meccanicamente Genova 2001, le carceri israeliane, Ashdod, Ketziot, Gaza, la Cisgiordania occupata. Ma perché in quelle immagini, in quei racconti, in quelle pratiche di degradazione dei corpi, torna una grammatica del potere che attraversa lo Stato moderno quando si sente minacciato, quando ritiene di essere legittimato dalla necessità, quando la sicurezza diventa parola magica capace di sospendere ogni limite.
È lì che il fascismo riemerge non come nostalgia folkloristica, non come semplice repertorio di simboli, ma come possibilità interna agli apparati dello Stato. Riemerge quando i contrappesi democratici si svuotano, quando l’opinione pubblica viene educata all’indifferenza, quando la vita dell’altro non conta più come vita, quando chi dissente viene trasformato in nemico, quando la nazione si percepisce sfidata e pretende obbedienza assoluta.
La violenza contro la Sumud Flotilla non è stata soltanto repressione. È stata una pedagogia dell’umiliazione. Ha voluto dire: chi rompe l’assedio, chi sfida il blocco, chi prova a rendere visibile il genocidio, deve essere punito non solo giuridicamente ma fisicamente, simbolicamente, moralmente. Deve essere abbassato, spaventato, isolato, restituito al mondo come esempio.
È lo stesso meccanismo che abbiamo visto a Genova. La Diaz non fu solo una scuola devastata. Bolzaneto non fu solo un luogo di detenzione illegale e tortura. L’uccisione di Carlo Giuliani non fu solo la tragedia di una piazza trasformata in campo di battaglia. Furono messaggi politici. Servivano a colpire un movimento, certo, ma anche a dire a tutti gli altri fin dove poteva arrivare lo Stato quando decideva che il conflitto sociale non era più una questione democratica ma un problema di ordine pubblico.
In Israele questa logica è oggi scatenata fino alle sue conseguenze più estreme. Non siamo davanti a “eccessi” di singoli militari o poliziotti. Siamo davanti a un sistema politico fondato sulla supremazia etnica, sull’apartheid, sulla colonizzazione, sulla cancellazione materiale e simbolica del popolo palestinese. La violenza contro gli attivisti della Flotilla è inseparabile dal genocidio a Gaza, dalla pulizia etnica, dalle carceri piene di prigionieri palestinesi, dalla tortura, dalla detenzione amministrativa, dalla quotidiana disumanizzazione di un intero popolo.
Quando uno Stato costruisce per decenni una popolazione come minaccia permanente, ogni abuso diventa prevedibile. Quando un popolo viene descritto come corpo estraneo da contenere, espellere, affamare, bombardare o deportare, la violenza non è più una deviazione: diventa funzione ordinaria del potere.
Ma sarebbe troppo comodo pensare che tutto questo riguardi solo Israele. Il suprematismo, il razzismo, il colonialismo non sono corpi estranei alla nostra storia. Sono scritti anche nel nostro Dna nazionale ed europeo: nelle guerre coloniali, nei lager in Libia, nelle stragi di confine, nei CPR, nelle morti in mare, nella criminalizzazione della solidarietà, nella profilazione razziale, nelle politiche sicuritarie che trasformano migranti, poveri e dissidenti in nemici interni.
Israele ci parla anche di noi. Di ciò che siamo stati. Di ciò che continuiamo a tollerare. Di ciò che rischiamo di diventare dentro un sistema di guerra sempre più globale, dove la sicurezza sostituisce il diritto, la ragion di Stato sostituisce la giustizia, la tecnologia rende più efficiente il controllo e la democrazia viene ridotta a involucro formale a difesa del privilegio.
Per questo la memoria di Genova non è un rito. È uno strumento politico. Serve a riconoscere la violenza quando ritorna sotto altre bandiere, in altri porti, in altre carceri, con altri accenti e altre divise. Serve a capire che il fascismo non torna sempre annunciandosi. Spesso riemerge come procedura, come ordine di servizio, come emergenza, come necessità operativa, come difesa della nazione.
La violenza contro la Sumud Flotilla è insieme un segno di debolezza e di ferocia. Debolezza, perché un potere che deve umiliare chi porta aiuti e testimonianza mostra la propria paura della verità. Ferocia, perché quella paura viene scaricata sui corpi, trasformata in punizione, vendetta, intimidazione.
E allora ricordare Genova 2001, Carlo Giuliani, Bolzaneto, la Diaz, non significa guardare indietro. Significa nominare il presente. Significa riconoscere che quando lo Stato costruisce un nemico, quando la piazza viene trattata come campo di battaglia e il dissenso come minaccia da annientare, la violenza non è più un incidente ma una possibilità inscritta nel potere. Significa dire che la lotta contro il genocidio del popolo palestinese è anche lotta contro la normalizzazione globale dello Stato di polizia, contro il razzismo istituzionale, contro la guerra come forma di governo, contro la riduzione della democrazia a guscio vuoto.
Per questo bisogna mobilitarsi. Non solo per solidarietà con la Palestina, ma perché la Palestina è oggi il punto in cui il mondo mostra la propria verità più nuda. E se quella verità non viene fermata, non resterà confinata lì. Tornerà ovunque. Anche qui.