No alla reiterata manomissione della Costituzione: il discrimine è la guerra

“Incontriamoci” era il titolo dell’evento organizzato da Antonella Bundu e Toscana Rossa, sabato 28 febbraio a Firenze.

Ho risposto all’invito, come tanti e tante, ognuno/a portando con sé il bagaglio della propria esperienza, della lotta a cui appartiene.

La mia, da un po’ di anni, è quella della difesa della Costituzione, dalla scuola pubblica all’autonomia differenziata, e in questi giorni contro la manomissione del titolo IV, che disciplina l’ordinamento della Magistratura, oggetto di referendum popolare.

In questi giorni invochiamo il rispetto della Costituzione, attaccata dal governo Meloni in uno dei suoi punti fondamentali.

C’è da farlo con un certo pudore, vista la disinvoltura con la quale è stata manomessa da qualche decennio, nella forma e nei fatti, e non solo da governi illiberali di destra.

Quale Costituzione vogliamo difendere?

Quella dell’art.3, con cui la Repubblica deve assumere su di sé il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza dei diritti, mentre il paese è sempre più diseguale?

Quella dell’art.11, che ripudia la guerra mentre si aumentano le spese militari e si vota il riarmo?

Quella dell’art.32, che tutela la salute come diritto fondamentale, mentre milioni di persone rinunciano alle cure mediche?

Quella dell’art.33, della libertà d’insegnamento e del “senza oneri per lo Stato”, mentre si finanziano lautamente le scuole private?

Quella dell’art.48, del voto libero e uguale, mentre si fanno leggi elettorali che lo rendono diseguale e persino “inutile”?

Quella dell’art.5, dell’unità e indivisibilità della Repubblica, mentre con la deforma del Titolo V si è aperta la strada alla frantumazione del paese, all’autonomia differenziata, oggi oggetto di baratto governativo da scambiare con Premierato e Magistratura?

Sbagliamo clamorosamente se sottovalutiamo, anche come movimenti, il pericolo rappresentato dal regionalismo predatorio e competitivo: le intese sottoscritte di recente dal Ministro Calderoli con le regioni del Nord sono uno sberleffo alle prescrizioni della Corte Costituzionale e un colpo basso ai territori e alle fasce sociali più disagiate.

Quelle intese vanno bloccate: l’interesse generale e i diritti di tutte e tutti, indipendentemente dal certificato di residenza, vanno garantiti e non semplicemente “determinati”, senza risorse e reale esigibilità, come previsto con furberia truffaldina dal disegno di legge delega del Governo sui livelli essenziali delle prestazioni.

Nelle prossime settimane andremo al referendum sulla Magistratura. Per capire la posta in gioco, la finalità dell’operazione, è sufficiente prestare ascolto alle dichiarazioni del Ministro della Giustizia, quando afferma in un’intervista al Corsera: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”; oppure, nel suo libro: “L’obbligatorietà dell’azione penale ha raggiunto livelli intollerabili”; o ancora: “I giudici oggi non rispondono a nessuno”.

Dunque si cambia la Costituzione perché la Magistratura produca giovamento al governo di turno, il procedimento penale sia a scelta discrezionale (di chi?)  e i giudici debbano dar conto a qualcuno (a chi?)

Il monito di Calamandrei “Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria” è sovvertito con arroganza: l’indipendenza della Magistratura, l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, l’equilibrio dei poteri, principi fondanti della struttura della Repubblica, liquidati come intralci all’unico potere che conta, quello esecutivo, del “capo”.

È proprio per evitare questi pericoli che deve prevalere il No!

Dentro quel NO ci sono visioni diverse: il giudice non è ontologicamente immune dalle sirene del potere, ma la sua indipendenza è la garanzia anche per gli ultimi, per chi non ha voce.

Siamo a favore di un sistema garantista, per la depenalizzazione di numerosi reati, per l’umanizzazione del sistema carcerario, per la detenzione come estrema ratio, per la certezza del diritto, contro la criminalizzazione del conflitto sociale.

Invece ci troviamo in un contesto di iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e di deregolamentazione dei poteri forti.

La Legge 1/2026, che riforma la Corte dei Conti, ne è esempio eloquente: risarcimento del 30% per gli amministratori e i politici condannati per fatti commessi per colpa grave (il 70% lo paga la collettività); prescrizione a 5 anni dal fatto; impunità sostanziale in numerosi casi (per es. se un atto supera il parere preventivo della Corte); potere del procuratore generale (nominato su proposta del Presidente del Consiglio) di entrare nei fascicoli delle indagini, avocare le istruttorie …).

Il quadro è inserito in una cornice di guerra.

La guerra assorbe risorse, ruba diritti, stravolge l’immaginario, disegna il futuro, un futuro da incubo.

Urge un’alternativa reale, una prospettiva diversa: quando il capitalismo trova nella guerra il paradigma per la sua ristrutturazione economica, sociale, culturale, non si tratta più di ridurre il danno: il danno è fatto.

Per questo l’invito a incontrarci va rinnovato, ampliato, da Nord a Sud.

Il discrimine è la guerra: tocca scegliere da che parte stare e siamo in ritardo.

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