Non c’è alternativa senza un progetto

La frequenza con la quale si susseguono notizie di sopraffazioni, ingiustizie e azioni criminali da parte dei detentori del potere è ormai tale da costituire, anziché un ostacolo, un paradossale vantaggio per le destre in Italia e in gran parte del mondo. Infatti, non solo gli articoli dei pochi giornalisti ancora attendibili, ma anche gli interventi di intellettuali e attivisti dell’area di sinistra si concentrano sulla denuncia di ciò che accade o, tuttalpiù, nel richiamare i principi basilari della convivenza democratica, senza prospettare un’alternativa convincente.

Per la maggioranza delle persone, compresi coloro che sono animati da buoni propositi, questa continua tempesta velenosa non produce altro risultato che alimentare sconforto e sfiducia nella politica, con la conseguente ricerca di soluzioni individuali o con l’attesa paralizzante del tracollo finale.

Le reazioni visibili, a volte con notevole livello di mobilitazione, si attivano su tentativi di resistenza che, pur necessari e del tutto meritevoli, esprimono una serie di NO: no al genocidio, no alla guerra, no alla distruzione dell’ambiente, no alla repressione di ogni dissenso e allo smantellamento del welfare. Ma, senza un collegamento tra di loro per l’indispensabile passaggio successivo, tanti NO, oltre a patire di un’efficacia limitata, non sono in grado di costruire una concreta alternativa al potere capitalistico tecno-finanziario, che ci sta portando alla totale distruzione di ogni criterio di convivenza equilibrata … e forse della stessa civiltà umana.

Una seconda area che alimenta la speranza in “un altro mondo possibile” è quella del volontariato, impegnato in attività mutualistiche. Va però riconosciuto che, per molte persone, l’impegno solidale è una risposta al desiderio di ottenere risultati, magari parziali, purché concreti e rapidamente tangibili, rinunciando a concepire soluzioni strutturali. In sostanza, un’ulteriore manifestazione di sfiducia nella politica.

A chi spetta, quindi, il compito di tracciare la strada verso un modo decisamente diverso di gestire l’economia e i rapporti sociali, verso l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, a partire dal soddisfacimento dei bisogni fondamentali, precondizione per la libertà e la partecipazione?

Questo è storicamente il ruolo degli intellettuali e, in particolare, di coloro che, dedicando il loro impegno alle scienze sociali, hanno una fondamentale funzione politica: quella di affrontare le complessità traducendole in concetti accessibili e comunicabili, utili a indicare le direzioni possibili. Senza il difficile lavoro di semplificazione, la condivisione delle analisi e dei ragionamenti diventa estremamente improbabile e porta alla rinuncia a costruire quella che, per Gramsci, consiste nella profonda contrapposizione tra direzione, come egemonia intellettuale e morale, e il dominio, ottenuto attraverso l’uso della forza repressiva.

Ma la maggior parte dei potenziali formatori di opinione dell’area progressista, quando non si ferma come già accennato alla critica dell’esistente, si fa scudo della complessità per evitare di esporsi sul piano del “che fare”. Da molti si sente ribadire quanto sarebbe necessaria la formulazione di un progetto d’alternativa da parte della Sinistra, ma ben pochi si azzardano a esporsi per delinearlo, almeno nelle sue linee principali. Lo afferma anche, in un recente articolo, Francesco Sylos Labini segnalando “… una crisi della classe intellettuale, che ha abdicato al proprio ruolo di coscienza critica e di laboratorio di idee nel dibattito pubblico. In particolare, negli ultimi decenni, l’economia è stata progressivamente trasformata da disciplina storico-politica in un sistema formalizzato e autoreferenziale…”

Su queste debolezze grava anche il ricorrente interrogativo sulla maggiore efficacia della mobilitazione di massa, rispetto alla partecipazione alle elezioni. Mi pare che la rivoluzione dal basso, ostacolata da nuovi strumenti di repressione, non abbia oggi una concretezza sufficiente per giustificarne l’attesa, pur essendo la crescita dei movimenti un elemento da sostenere con decisione. 

D’altro canto, puntare sul successo elettorale con alleanze improvvisate si è dimostrato fallimentare, non soltanto a causa degli sbarramenti introdotti. I pochi risultati positivi sono stati ottenuti, anche in altri Paesi, nelle elezioni amministrative a livello locale. In quel caso, candidati credibili che sanno parlare con la gente possono puntare su messaggi concisi, individuando i bisogni più urgenti espressi dalla popolazione. Così è accaduto da noi con Toscana Rossa, ma prima a Graz in Austria e recentemente persino a New York con Zohoran Mamdani. Però, promettere di intervenire su casa, salute, ambiente, istruzione, trasporti e lavoro può delineare un programma convincente in ambito locale, se gestito da persone che godono di un ben costruito riconoscimento, mentre non è sufficiente sul piano nazionale o continentale, come necessario nel quadro europeo.

L’elenco dei bisogni da soddisfare viene in gran parte ripetuto, in Italia, anche dai rappresentanti di quelle formazioni politiche che, quando sono state al governo, hanno operato in direzione contraria, perdendo ogni credibilità e favorendo il distacco dalla politica o addirittura la scelta, per delusione e spaesamento, di votare per le destre.

La differenza tra un vago elenco presentato come programma elettorale e un vero progetto politico sta nel saper indicare come si intendono risolvere i problemi in modo strutturale; in sostanza, occorre delineare un radicale cambiamento di sistema, a partire da quello economico, renderlo comprensibile e credibile, anche con la capacità di prevedere e contrastare le reazioni degli avversari.

Nel secolo scorso, la necessità di elaborare ed esplicitare il progetto era attenuata dalla chiara composizione degli schieramenti di classe, dal peso delle ideologie e dalla strutturazione dei grandi partiti popolari. Ma se ci interroghiamo, per esempio, su cosa significa oggi parlare di comunismo (un’idea che un tempo coalizzava le masse), sentiamo tutto il peso della storia trascorsa e delle illusioni tramontate, in un contesto ormai radicalmente cambiato, che richiede persino la ridefinizione del concetto di classe.

Se convinzioni e simboli che abbiamo condiviso, e le bandiere che abbiamo sventolato, erano sostenuti da una fede, oggi a questa dobbiamo sostituire il ragionamento, la capacità di analisi e l’elaborazione di soluzioni capaci di funzionare, in un quadro generale che, partendo dalla capacità di ascolto, deve comprendere tendenze e fenomeni del tutto nuovi per la loro portata nella vita pubblica. Ciò è necessario per coinvolgere i giovani, ai quali non possiamo lasciare soltanto il compito di scendere in piazza a prendere bastonate e denunce, ma serve anche per contrastare la facile strumentalizzazione operata dai detentori dei mezzi di comunicazione, che stravolgono intenzionalmente il significato di vecchie e nuove parole d’ordine.

La costruzione di un progetto, nella vastità delle problematiche da affrontare, richiede l’attivazione di ampi contributi, mettendo all’opera la tanto auspicata intelligenza collettiva. Ma il suo funzionamento non è automatico: qualcuno deve tracciare le linee guida e poi sollecitare il confronto costruttivo e partecipato. È proprio questa la funzione del soggetto politico e culturale che deve nascere, per saldare efficacemente le istanze dei movimenti con la eventuale partecipazione alle elezioni, auspicabile soltanto se preceduta da una non breve e impegnativa preparazione. C’è tanto lavoro da fare!

Da dove possiamo partire?

Non è difficile elencare una serie di temi sui quali l’attenzione appare alta e sufficientemente diffusa, per stimolare, a partire da questi, la produzione di una prima serie di approfondimenti e proposte.

In vari casi, si tratta innanzitutto di mettere all’opera il buon senso, accessibile anche senza una specifica preparazione: dunque il campo dei potenziali interlocutori è decisamente ampio.

  • La democrazia. Mentre la prospettiva della “dittatura del proletariato” lascia il posto al sempre più frequente richiamo alla nostra Costituzione come baluardo della democrazia, diventa anche evidente la distanza tra la democrazia formale, ormai paravento per disposizioni autoritarie, e quella sostanziale, fondata sulla partecipazione. A questa bisogna dare nuovo valore a partire dalle comunità territoriali, che vanno sostenute con una solida cultura della cittadinanza attiva.
  • L’economia. Sei ricchi capitalisti posso dichiararsi del tutto soddisfatti per come funziona il sistema economico che domina il mondo, la totale inadeguatezza del capitalismo rispetto alle necessità delle popolazioni e dell’ambiente terrestre è ormai evidente per la maggioranza delle persone. La costruzione di un’alternativa, con la redistribuzione delle ricchezze, richiede in modo preliminare di rimettere al centro l’economia reale, in contrapposizione ai meccanismi, tanto fantasiosi quanto perversi, della finanzia speculativa, che non produce alcuna ricchezza, mentre concentra senza limiti il potere d’acquisto e, con questo, il potere di governare.
  • L’ambiente. Il degrado ambientale, insieme al cambiamento climatico e all’esaurimento delle risorse va sicuramente affrontato con un approccio scientifico. Ma se il compito degli scienziati è quello di indicarci i limiti da non superare e di studiare a fondo questioni complesse come i bilanci energetici e i livelli di inquinamento delle varie attività umane, le vere soluzioni hanno un carattere profondamente sociale. Si tratta di modificare i modelli di consumo e di comportamento, puntando a una ragionevole sobrietà, ma nello stesso tempo riuscendo a non deludere clamorosamente le aspettative di benessere per coloro che finora ne sono stati esclusi.
  • L’innovazione. L’idea chele nuove tecnologie si sviluppino nell’interesse della maggior parte delle persone è sempre più traballante, mentre risulta chiaro che sono prevalentemente orientate a garantire nuovi e immensi profitti. Quelli che in origine si presentavano come strumenti utili per le attività umane si trasformano in pesanti condizionamenti e intrusioni nella vita di ciascuno. Si tratta allora di stabilire come si può governare lo sviluppo tecnologico e chi è tenuto a farlo da una posizione autorevole.
  • Il lavoro. La profonda trasformazione del mondo del lavoro è ormai innegabile e, in gran parte, non contrastabile. Se “si lavora per campare”, ma anche per avere un ruolo nella società, la trasformazione va gestita come impegno prioritario. I criteri assistenziali possono essere applicati soltanto in casi delimitati, per chi non ha alcuna possibilità di contribuire al bene comune. Nell’ultimo secolo abbiamo assistito dapprima all’espulsione di lavoratori dall’agricoltura, poi dal settore industriale e ora persino dal terziario, in crisi per la proletarizzazione e precarizzazione degli addetti. Occorre quindi coniugare la rivalutazione di lavori tradizionali, come quello nell’agricoltura asservita all’eccessiva industrializzazione, accanto al potenziamento delle funzioni pubbliche indispensabili, per giungere alla formulazione di attività del tutto innovative.
  • I flussi migratori. Il contrasto all’immigrazione è diventato l’argomento elettorale che ha maggiormente favorito l’ascesa delle destre in tutta Europa, dando spazio a nuove ondate di razzismo. Negare il problema dei flussi migratori non favorisce alcuna soluzione, mentre è necessario prospettare modalità per gestirle efficaci e rispettose dei diritti umani. Nella confusione (non casuale, ma voluta) prosperano le forme estreme di sfruttamento, ormai sconfinante in nuove schiavitù.
  • Le istituzioni pubbliche. La fiducia reciproca tra istituzioni e cittadini, uno dei fondamenti per una società più giusta, risulta decisamente carente in entrambe le direzioni. Una quantità spropositata di leggi e regolamenti mal scritti, di difficile interpretazione, è fondata soprattutto su criteri punitivi, anziché sulla capacità di guidare nella gestione dei problemi. Dietro a questo, si maschera una burocrazia che usa la digitalizzazione non per sveltire le procedure, ma per attenuare la responsabilità dei singoli funzionari e sostituire il contatto diretto con gli utenti. La risposta, da parte dei cittadini, è sempre di più quella di cercare scorciatoie, a volte illegittime, ma anche per trovare, con pieno diritto, soluzioni alle proprie basilari necessità.
  • La qualità della vita. Se “la morte della politica è data, in particolare, dalla sua incapacità di mettere le persone al centro della scena” (come sostenuto da più parti), è ora di confrontarsi a fondo su cosa può dare qualità alle nostre esistenze. Dalla vita come valore assoluto, si deve passare a difendere e garantire ciò che fa sì che valga la pena vivere, sopportando fatiche, difficoltà e possibili sconfitte. Non si tratta soltanto del soddisfacimento dei bisogni primari: la libertà e il benessere individuale si alimentano con le relazioni, la vita di comunità e l’immersione nella natura, con le sue meraviglie. Tutte cose non mercificabili, che non consumano risorse naturali e che, dunque, non hanno un prezzo, ma piuttosto la necessità di mettere all’opera (appunto!) l’intelligenza collettiva.