Prendere di petto la questione della diseguaglianza, mettere al centro misure di giustizia redistributiva – Tre domande a Valentina Pazè

Valentina Pazè, docente di Filosofia della Politica all’Università di Torino

Alberto Deambrogio: Nella teoria democratica, l’eguaglianza politica formale (il principio “una testa, un voto”) è spesso vanificata dalle disparità economiche estreme. In che modo una misura redistributiva come la tassa sulle grandi ricchezze può essere raccontata ai cittadini non solo come un intervento economico, ma come uno strumento indispensabile per riattivare la partecipazione democratica e restituire eguale peso politico agli ultimi?

Valentina Pazè: Si potrebbe ripartire dalla Costituzione. Il nesso tra partecipazione democratica e eguaglianza sostanziale è bene illustrato dal secondo comma dell’art. 3, che attribuisce alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono non solo “il pieno sviluppo della persona umana”, ma anche “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. I padri e le madri costituenti sapevano bene che condizioni di deprivazione economica e culturale (che oggi non riguardano solo i “lavoratori”) influiscono negativamente sull’esercizio dei diritti politici. Per un verso – come già denunciava Marx nella Questione ebraica – le grandi disponibilità di ricchezza si traducono in esorbitanti capacità di influenza politica. Per altro verso la povertà, in termini di reddito e di istruzione, conduce spesso (oggi più di ieri) a non cogliere l’importanza del voto e della partecipazione politica in genere. Per limitarsi a un esempio, alle elezioni amministrative del 2021 nel nostro paese solo il 28% degli elettori a basso reddito è andato a votare (poco più di 1 su 4), di contro al 79% per cento degli elettori benestanti. E dati più recenti confermano la stessa tendenza. In questo quadro, prendere di petto la questione della diseguaglianza, mettendo al centro l’esigenza impellente di misure di giustizia redistributiva – come la “tassa per super-ricchi”, da spiegare bene, perché non la si confonda con un prelievo sui ceti medi – dovrebbe essere il primo compito di una sinistra degna di questo nome.

A.D.: Il merito e la giustizia distributiva: Uno degli argomenti retorici più usati dagli oppositori della patrimoniale è la difesa del “merito” e del diritto a conservare la ricchezza accumulata. Dal punto di vista della filosofia politica, come si smonta l’idea che la ricchezza multigenerazionale sia specchio del merito, e in che modo la proposta della campagna d’iniziativa cittadina ridefinisce il concetto di giustizia sociale in Italia?

V.P.: La celebrazione del “merito” è al centro della narrazione neoliberale, secondo cui ciascuno è responsabile del proprio successo o fallimento. La realtà, ovviamente, è diversa: nelle nostre società il vantaggio e lo svantaggio economico-sociale, in grandissima misura, sono ereditari, come mostrano molti studi. In Italia, poi, da quando è stata (quasi) abolita la tassa di successione, questo è vero in modo plateale. Il problema, però, è che le “narrazioni” – le ideologie – sono difficili da scalfire e l’idea che i poveri e i disoccupati “meritino” la condizione in cui si trovano, al pari dei ricchi, è largamente accettata. Secondo una ricerca recente, il 67% dei cittadini europei crede che “con lo sforzo chiunque possa avere successo”, mentre il 55% si dichiara convinto che “i disoccupati potrebbero trovare lavoro se lo volessero davvero”. Ma il punto è che questa posizione spesso è condivisa anche da coloro che sono collocati in fondo alla scala sociale: quelli che l’economista Maurizio Franzini ha chiamato i “poveri disegualitari”, ovvero coloro che desiderano, e votano, contro i propri interessi (i soggetti “subalterni”, nell’accezione di Spivak). Oggi possiamo pensare a una parte della vasta platea di lavoratori precari, sottopagati, o disoccupati, che votano per Trump o per Meloni, abili nel dirottare la rabbia dei ceti popolari contro chi sta ancora peggio di loro. Che fare? Credo che si debba innanzitutto ribadire che, quando sono in gioco diritti fondamentali, come il diritto alla salute, alla sussistenza, all’istruzione, alla previdenza, non c’è “merito” che tenga. Nessuno “merita” più di altri di mangiare o di essere curato adeguatamente o di avere un lavoro dignitoso, con contributi per la pensione e ferie retribuite. È una questione di civiltà. In secondo luogo, non bisogna stancarsi di denunciare il grado surreale che hanno raggiunto le diseguaglianze negli ultimi anni, a livello mondiale e statale, anche richiamando l’attenzione su casi paradigmatici, più eloquenti di tante disquisizioni. È tollerabile che, a livello globale, 12 individui detengano una quota di ricchezza pari a quella di 4 miliardi di persone? O che la metà più povera dell’umanità detenga lo 0,52% della ricchezza mondiale, mentre l’1% più ricco ne possiede il 43,8%? (Sono dati tratti dall’ultimo Rapporto Oxfam). A proposito del tabù (tutto italiano) della tassa di successione, che dire dei figli di Berlusconi, che non hanno pagato un euro sui 423 milioni ereditati dal padre come quote Fininvest? C’è qualcuno disponibile a sostenere che se li sono “meritati”? 

A.D.: La tassazione dei grandi patrimoni si scontra spesso con lo spauracchio della fuga dei capitali verso paradisi fiscali. Dal momento che l’eguaglianza è un valore universale ma le leggi fiscali sono nazionali, come può una campagna locale sulla ricchezza stimolare una coscienza civile globale, e quali risposte teoriche si possono dare a chi ritiene che la giustizia fiscale sia inattuabile in un solo Paese?

V.P.: L’argomento della fuga dei capitali nel caso della tassazione sui grandi patrimoni non regge alla prova dell’esperienza. Là dove qualcosa di simile è stato introdotto, la fuga non c’è stata, se non in minima parte. In Norvegia, ad esempio, la percentuale di super-ricchi che emigra per sfuggire a una forma di patrimoniale riguardante il 10% più danaroso risulta inferiore al 3% “ovvero la media di chi lascia il Paese tra la popolazione totale”. Lo racconta Riccardo Staglianò nel suo ultimo libro (Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri, Einaudi, 2026), in cui vengono smontate in modo molto chiaro e documentato le vere e proprie fake sulla fuga dei ricchi. Naturalmente non è che il problema non esista. Ma può essere affrontato, ad esempio prevedendo forme di Exit tax, in misura proporzionale agli anni vissuti in un certo luogo, già sperimentate in alcuni paesi (come la stessa Norvegia). Insomma, anche in questo campo, il problema è la volontà politica di andare in una certa direzione, non l’impossibilità tecnica. È vero che le politiche fiscali, come quelle ambientali e industriali, per essere pienamente efficaci richiedono un coordinamento sovranazionale, se non addirittura globale (su cui da anni insiste Luigi Ferrajoli, promuovendo il progetto di una Costituzione della Terra). Ma la difficoltà a costruire il consenso a una scala più elevata non deve diventare un alibi per non iniziare ad agire “qui ed ora”. A volte una piccola rivoluzione locale ha il potere di risvegliare le coscienze e dispiegare effetti ad ampio raggio. Pensiamo all’ambizioso programma “socialista” del neo-sindaco di New York Zohran Mamdami: asili nido per tutti, alloggi a prezzi accessibili, autobus gratuiti, sostegno al lavoro… Anche nel suo caso c’è chi ha dubitato, e dubita, della possibilità di costruire “il socialismo in una sola città” (in un contesto in cui le politiche fiscali sono, in parte, demandate al governo statale). Ma il suo programma coraggioso ha risvegliato le coscienze e infuso fiducia in molti, soprattutto giovani, che sono tornati a votare. E questo non potrà lasciare indifferente la governatrice democratica Kathy Hochul, da sempre ostile alla tassazione dei ricchi, ma oggi sostenitrice di Mamdami perché consapevole dei rischi di porre il veto a politiche che godono di un vasto sostegno popolare…

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