È successo di nuovo: nel giro di pochi anni si contano ormai tre scandali per abusi, violenze e torture avvenuti all’interno delle carceri italiane. Prima i fatti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020, poi quelli all’interno dell’IPM Beccaria di Milano tra il 2022 e il 2023 e ora, come se la gravità di quanto accaduto in passato non fosse bastata, è la volta di Roma. Qui dieci agenti penitenziari dell’IPM “Casal del Marmo” sono indagati con l’accusa di percosse e torture, inflitte accompagnandole con frasi come: «Vi porto sopra e vi faccio carne macinata».
Si tratta di fatti gravissimi che, sebbene purtroppo non sorprendano più, continuano a indignare e a suscitare rabbia.
Non è più accettabile parlare di “alcune mele marce”. I casi emersi sono certamente almeno “uno di troppo” e rendono evidente la necessità di intervenire immediatamente. È ormai chiaro come in Italia l’intero sistema detentivo versi in una condizione di grave crisi a tutti i livelli e, dentro questo fallimento complessivo dello Stato, si inserisce la questione delle carceri minorili che, nei fatti, rappresentano una vera “maglia nera” del Paese.
Allo stato attuale gli IPM sono, di fatto, vere e proprie università del crimine e finiscono per tradire completamente quella funzione riabilitativa che i padri e le madri costituenti avevano immaginato come finalità primaria della detenzione.
È altrettanto evidente che per i minori servono con urgenza pene alternative al carcere, realmente orientate alla riabilitazione. In caso contrario, l’intero Paese rischia di diventarne complice.
Allo stesso tempo, la riforma non può limitarsi al solo sistema della carcerazione minorile: è necessario ripensare in profondità l’intero sistema penitenziario italiano. Occorre prevedere un maggiore ricorso a pene alternative al carcere per i reati minori, investire seriamente in percorsi di reinserimento sociale e rafforzare la presenza, all’interno degli istituti, di personale non militare come psicologi, educatori e mediatori culturali. Solo attraverso un approccio realmente orientato alla rieducazione e al recupero della persona sarà possibile restituire al sistema penitenziario quella funzione costituzionale che oggi appare sempre più lontana.
Infine, una riflessione e una riforma devono riguardare anche l’insieme delle forze dell’ordine. Strumenti di trasparenza e garanzia come l’introduzione dei codici identificativi sugli agenti e l’adozione diffusa delle bodycam su tutte le uniformi rappresenterebbero un passo importante per tutelare sia i cittadini sia gli stessi operatori, contribuendo a rafforzare fiducia, responsabilità e controllo democratico.
Il sistema detentivo italiano deve dunque essere ripensato e riformato in profondità e, in particolare, occorre intervenire sugli attuali IPM che oggi, oltre a non svolgere alcuna funzione utile, finiscono per trasformarsi in luoghi in cui si alimentano gravi violazioni dei diritti umani.
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