di Usb Scuola Nazionale
Giovedì 7 maggio il mondo della scuola ha vissuto una importante giornata di lotta: lo sciopero di lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti ha avuto risalto dentro il settore, in particolare negli istituti tecnici, e ha visto circa 60 piazze riempite in tutta Italia, rappresentando un nuovo elemento di concretizzazione di una attivazione già ampiamente constatata nelle mobilitazioni dello scorso autunno contro il genocidio del popolo palestinese.
Grande rilevanza ha avuto la partecipazione allo sciopero della neonata Rete nazionale contro la riforma degli istituti tecnici, che sta intercettando il malcontento diffuso di molti lavoratori contro un progetto di riforma, da parte del Ministero a guida Valditara, che va evidentemente nel segno di una degradazione dell’istruzione tecnica a mera appendice delle esigenze immediate delle imprese, sempre più lontano da ogni consapevole funzione di formazione culturale e peraltro chiaramente indicante la prospettiva di pesanti effetti negativi sugli organici di docenti e ATA.
Ma lo sciopero ha saputo rappresentare anche il collegamento tra questa questione e un progetto complessivo di scuola, quello perseguito consapevolmente, e non da oggi, da una classe dirigente incapace di immaginare per le classi lavoratrici e popolari di questo Paese alcuna prospettiva “egemonica” di sviluppo sociale e culturale. Assecondare gli interessi immediati di una classe imprenditoriale largamente parassitaria e arretrata, e le pulsioni guerrafondaie di un Occidente in irreversibile crisi strategica: ecco le coordinate di fondo entro cui si concepisce un progetto di scuola all’insegna della aziendalizzazione sempre più spinta, dell’autonomia che significa perdita di ogni capillarità e orizzontalità delle prospettive offerte agli studenti, della crescente militarizzazione.
Ecco cosa tiene insieme la riforma dei tecnici, e quella dei professionali, le nuove linee guida per i Licei – con una evidente torsione in senso colonialista e suprematista occidentale – il continuo rafforzamento dell’alternanza scuola-lavoro (al netto delle sue nuove denominazioni), la pressione verso il silenziamento del dibattito critico e della libertà di insegnamento, come emerge continuamente a proposito della difficoltà di trattare la questione del genocidio del popolo palestinese (si veda la recente sanzione alla docente di Bologna per avere – addirittura – organizzato un webinar con Francesca Albanese).
Le mobilitazioni del 7 maggio hanno confermato la crescente presa di coscienza e disponibilità all’attivazione di una parte non minoritaria del mondo della scuola, soprattutto rappresentando un rafforzamento di quella alleanza tra lavoratori (docenti ma anche ATA) e studenti, accomunati nelle specificità dei rispettivi ruoli dal fatto di pagare le conseguenze di un modello di scuola ormai incapace di offrire loro alcuna prospettiva di emancipazione materiale e culturale.
Crediamo occorra rafforzare questa alleanza e connetterla sempre più organicamente ad una capacità di mobilitazione e organizzazione, necessariamente indipendente, che sappia riguardare nel loro complesso le classi lavoratrici e popolari di questo Paese, verso la costruzione di una alternativa sociale complessiva al modello capitalistico occidentale ormai irrimediabilmente votato alla guerra, al suprematismo, al genocidio.