In questi giorni le scuole hanno riaperto i battenti, in ordine sparso, prima qua e poi là: la comunità scolastica è ritornata alla sua vita quotidiana, tra vecchie criticità e nuove emergenze, e continuerà a scrivere la breve eppur lunghissima storia di un altro anno scolastico.
Quello che si è concluso è stato un anno dalla doppia faccia, dal doppio binario. Se da una parte la sterzata autoritaria voluta da Valditara ha stretto nella morsa del potere e della propaganda ogni ambito della vita scolastica, dall’altra l’accelerazione di un’ingerenza sistemica e asfissiante ha generato tendenze alla reazione nel corpo docente e soprattutto tra studenti e studentesse che, con un inedito protagonismo, si sono presi le piazze e la parola. Le compulsive circolari, le schedature e gli interventi repressivi verso chi ha osato denunciare il genocidio a Gaza e la militarizzazione delle scuole, accanto alle riforme volute in questi ultimi anni dal MIM, sono di una gravità così evidente che non necessitano di ulteriori dimostrazioni.
Bastano alcuni esempi: le nuove indicazioni nazionali dei Piani di studio, la riforma dei tecnici, il liceo Made in Italy, le linee guida per l’educazione civica e l’orientamento, il voto di condotta, il ddl sull’educazione affettiva e certo non ultimo per importanza il nuovo esame di maturità ridotto, oramai, a una simulazione di un colloquio di lavoro. Interventi non estemporanei, ma che definiscono in maniera chiarissima la cornice ideologica entro la quale maturano. Tutto condito dalla retorica del merito e dal richiamo alla fatica come cardine dell’azione educativa.
Per porre un freno a tutto ciò certo non bastano le parole concitate e colorite di chi grida allo scandalo prodigandosi in analisi che mostrano la memoria corta e la volontà di mettere dietro un paravento quell’ingranaggio di controriforme che da decenni ha posto la scuola sotto attacco svendendola alle logiche del mercato e dei suoi principi regolativi. Producendo rovine: una scuola classista, gerarchizzata, che ha aperto i cancelli ai privati, che ha esternalizzato il processo educativo e valutativo.
Tanto fumo, opposizione rituale e nessun cambio di marcia da parte di un centrosinistra che spera di poter tirare per la giacchetta docenti e alunni/e che invece esigono risposte concrete.
A fine luglio a Paestum, al Revolution Camp, il campeggio estivo degli studenti universitari e medi, si sono tenute le prove di unità del campo largo sulla scuola. Un palcoscenico politico tappezzato di slogan, ma dove non si sono sfiorati neanche alla lontana i problemi strutturali che la scuola pubblica si porta dietro. “Un Paese che non crede nella sua scuola non crede nel suo futuro. I bambini e le bambine devono poter partire dagli stessi diritti” ha dichiarato Elly Schlein promettendo valorizzazione degli insegnanti e ascolto degli studenti. Un pensiero, però, lo ha espresso chiaramente: bisogna difendere l’autonomia scolastica e la scuola delle competenze. Due bocconi avvelenati.
Ma in quale scuola bisogna “credere”? Il modello di riferimento è ancora quello aziendale dove i privati e i signori della guerra la fanno da padroni? Ci sono in vista ripensamenti sulla Buona Scuola, l’alternanza scuola-lavoro, la chiamata diretta dei docenti e tutti quei meccanismi di interessi privati che consolidano le disuguaglianze tra i banchi? Come li valorizziamo questi docenti? Continuando a gerarchizzare la scuola elargendo incarichi e mancette? Lo risolviamo il problema del precariato e del reclutamento classista dei docenti? Non sarebbe il caso di dire almeno due parole chiare sull’assicurazione sanitaria integrativa? I diritti come si pensa di garantirli di fatto in tutto il percorso scolastico? Il curriculum dello studente, che certifica le disparità, va ancora bene? E sul carrozzone Invalsi c’è la speranza di qualche ripensamento? Finalmente si sente dire che la scuola pubblica ha bisogno di investimenti. Bene. Ma come la mettiamo con l’aumento delle spese militari? Che scelte saranno fatte riguardo al finanziamento delle scuole paritarie? Non è dato sapere.
Risposte in merito non sono state date neanche al convegno organizzato in piena estate dal PD “Il tempo della scuola”. In tale occasione, con le scuole roventi, private di tutto, che cadono a pezzi e con un precariato cronico che a giugno termina la stagione lavorativa, è stata lanciata la proposta di una scuola aperta anche in estate, no-stop si potrebbe dire. Sognano una comunità educante in grado di sostenere le famiglie in difficoltà. Un servizio conciliativo insomma, una toppa per quei buchi che stati sono prodotti nel tempo con politiche antisociali e verso i quali non si ha nessun rimorso.
Un progetto alternativo di scuola può costruirsi solo mobilitando chi nella scuola ci lavora e studia e continua a non arrendersi. Con chi rifiuta di abbeverarsi alla fonte dei principi del neoliberismo dove si dissetano centrodestra e centrosinistra.
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