Torino partigiana: quando lo Stato guarda il dito e finge di non vedere la luna

Tratto da Osservatorio Repressione

Ridurre la giornata di mobilitazione che ha attraversato Torino a una cronaca di scontri è un’operazione tanto comoda quanto disonesta. Comoda per chi governa e per chi commenta dai palazzi, disonesta verso una città che ha visto decine di migliaia di persone scendere in piazza non per “fare casino”, ma per difendere un’idea di spazio pubblico, di libertà e di giustizia sociale. Come sempre, media e politica guardano il dito: i fumogeni, le cariche, i titoli ad effetto. E ignorano la luna: le cause profonde di una rabbia che non nasce nel vuoto.

Il corteo nazionale “Torino partigiana”, convocato dopo lo sgombero di Askatasuna del 18 dicembre, ha dimostrato che l’appello lanciato dal centro sociale non era isolato. Tre concentramenti – Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo – hanno messo in movimento una marea umana composita: studenti medi e universitari, sindacati di base, movimenti territoriali, famiglie del quartiere Vanchiglia, realtà solidali con la Palestina e il Kurdistan, mondo No Tav. Un popolo variegato che ha bloccato la città, come annunciato, rendendo visibile un conflitto che da mesi viene rimosso.

Già dalla mattina Torino appariva come una città sotto occupazione. Deviati i mezzi pubblici, chiuse le strade, blindata l’area intorno allo storico edificio di corso Regina Margherita, occupato per quasi trent’anni e svuotato con la forza. Grate, barriere, camionette, centinaia di agenti: un dispiegamento che parlava chiaro, prima ancora che il corteo partisse. La scelta politica era stata fatta: non gestione del dissenso, ma repressione preventiva.

Gli scontri, arrivati nel tardo pomeriggio proprio su corso Regina, non sono piovuti dal cielo. Erano scritti in quel copione. Quando migliaia di persone si sono trovate di fronte a un muro di scudi, idranti e reparti antisommossa, la tensione è esplosa. Fuochi d’artificio e bombe carta da una parte, lacrimogeni a pioggia dall’altra, lanciati prima ancora che ci fosse un contatto diretto. La strada si è riempita di una nebbia acre, mentre cariche e controcariche si susseguivano anche dalle vie laterali. Un’ora e mezzo di “tira e molla” che ha lasciato a terra feriti, arresti e immagini difficili da cancellare: manifestanti manganellati mentre erano già a terra, operatori sanitari impegnati a soccorrere intossicati e contusi, palazzi lambiti da fiamme che gli stessi partecipanti al corteo hanno cercato di spegnere per evitare conseguenze peggiori.

Usare questi episodi per criminalizzare l’intera mobilitazione è un atto di codardia politica. Gli scontri hanno un responsabile preciso, ed è il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che prima ha ordinato lo sgombero e poi ha scelto di militarizzare un intero quartiere. Trasformare Vanchiglia in una zona rossa permanente, con grate alte tre metri e posti di blocco quotidiani, significa trattare cittadini, studenti e genitori come sospetti. Significa chiedere documenti a chi accompagna i figli a scuola, respirare l’aria viziata dei motori delle camionette accese tutto il giorno, vivere in un clima di ansia e intimidazione. Questa non è violenza?

Askatasuna non è mai stata “solo” un edificio. Dal 1996 è stata un’infrastruttura sociale che ha riempito i vuoti lasciati dallo Stato: corsi di italiano per migranti, sport popolare, ciclofficine, mutualismo durante la pandemia, supporto agli sfrattati, contrasto al caporalato. Attività concrete, radicate nel territorio, che hanno costruito legami e risposte dove le istituzioni si sono ritirate. Chiamare tutto questo “strategia criminale”, come ha provato a fare la procura, è un ribaltamento della realtà che non regge ai fatti.

Dopo lo sgombero, centinaia di persone – insegnanti, commercianti, residenti – si sono riunite per raccontare cosa significhi vivere in un quartiere trasformato in un fortino. Scuole chiuse senza preavviso, negozi svuotati, strade deserte abitate solo da agenti. Eppure, nonostante tutto, la solidarietà è cresciuta: famiglie con bambini in piazza, nastri bianco-rossi ai polsi a dire che qui i lavori in corso sono quelli della democrazia.

Quando la gestione di una piazza parla solo il linguaggio della repressione, il dissenso smette di essere considerato una componente fisiologica della vita pubblica e diventa un problema di ordine pubblico. È questo il salto pericoloso che stiamo vivendo. Una società che non sa più abitare il conflitto, ma tenta solo di sopprimerlo, è una società che ha smesso di educare e ha iniziato a punire. E un potere che ha paura dei propri giovani è un potere che ha già perso la sua legittimità morale.

Le parole d’ordine del corteo – contro la guerra, contro il riarmo, per investimenti in sanità e istruzione, per la libertà di Palestina e Kurdistan – sono state sommerse dal rumore degli scontri nei notiziari serali. Ancora una volta si è scelto di non guardare alle cause: decreti sicurezza sempre più restrittivi, criminalizzazione sistematica delle lotte, spazi sociali chiusi mentre gruppi neofascisti scorazzano indisturbati. Se semini repressione, non puoi stupirti di raccogliere conflitto.

Torino, città segnata da una riconversione postindustriale violenta, dovrebbe sapere che il silenzio imposto non è pace sociale, ma deserto. La manifestazione per Askatasuna ha ricordato che esiste ancora una parte viva di questa città, capace di opporsi e di immaginare alternative. Ignorare questa luna, continuando a fissare il dito, non farà che allontanare ulteriormente chi governa da chi vive, studia e lavora nei quartieri. E la storia insegna che, prima o poi, quel conflitto torna a presentare il conto.