Quando, girovagando tra gli scaffali della Feltrinelli della mia città, ho visto questo libro ho pensato fosse un’opera come tante altre su questo argomento (meritevoli, si capisca) ma dato che il tema mi interessa sia a livello politico che a livello di studi ho deciso di dargli fiducia.
Ho iniziato la lettura sul treno che da Lucca va a Pisa, che per chi conosce la zona sa essere una tratta abbastanza breve, e sono arrivato alla metà del libro nel viaggio di ritorno. Questo per dire come la lettura fosse scorrevole e gli argomenti interessanti e ben presentati.
Gessi White è “un collettivo di giornalisti d’inchiesta nato nel 2025 dalla testata Irpimedia.” che si occupa di raccontare di “come cambiano le nostre società”.[1]
Il libro affronta tre case studies, i fenomeni di privatizzazione, gentrificazione e, seppur in forma minore turistificazione, di tre importanti città italiane: Bologna, Roma e Milano.
Ognuna di queste città ha le sue caratteristiche. Bologna è una città tendenzialmente non molto estesa, dove da poco meno che un millennio circolano studenti da tutto il mondo, e nella quale, con la comparsa del turismo di massa, è impossibile trovare un alloggio. In questa situazione fioriscono i cosiddetti Student Hotel e fenomeni di cosiddetta rigenerazione urbana posta in essere dai privati con il beneplacito del pubblico.
Roma è una megalopoli grande quanto una media provincia italiana, impossibile da amministrare e gestire (il comune di Roma è più grande in termini di estensione territoriale della mia provincia, Lucca) per davvero, nella quale il turismo impatta, ma soprattutto è la gentrificazione dei quartieri una volta considerati periferici, che spingono sempre in maniera centrifuga le classi più disagiate verso l’esterno e dove mancano i servizi. Si parla di case popolari che diventano proprietà di fondi o di altri soggetti finanziari, di cartolarizzazioni di mutui, di diritto alla casa che manca e delle occupazioni che resistono.
Milano è il caso più eclatante di come il pubblico abbia ormai abdicato completamente alla sua funzione “regolatrice del mercato”, diciamo così, creando il famigerato Modello Milano che è assurto agli onori della cronaca nazionale.
Senza scendere nello specifico di tutte le vicende descritte nel libro, che consiglio fortemente di leggere, viene delineato dagli autori un pattern comune a queste tre città (ed anche a molte altre): la forza del privato che scalza un pubblico oramai sottofinanziato, un PNRR di manica larghissima verso progetti di partenariato pubblico-privato, la rendita di immobili ereditati come reale fonte di guadagno, le complicità del sistema politico e la finanziarizzazione dello spazio pubblico trasformato in privato.
Calzante è la frase nel capitolo conclusivo del libro dove si afferma che questi grandi progetti privati nelle città sono paragonabili alle enclosures, dove i terreni della comunità vengono appunto resi privati, avvenute in Inghilterra nel XIV secolo che Marx nel primo capitolo de Il Capitale considera come l’inizio dell’accumulazione originaria del capitale.
La riflessione che mi ha scaturito questo libro, dati anche i miei studi personali, è che come comunisti/e non analizziamo più, o lo facciamo molto poco, i fenomeni proprietari, la proprietà e le sue tecniche.
Sta crescendo nel mondo accademico e non l’utilizzo del termine neo-feudalesimo[2] per indicare questo particolare stadio del capitalismo nel quale ci troviamo. L’ipotesi non mi convince del tutto, ma ha degli spunti interessanti.
Si noti come nel feudalesimo italiano la proprietà muta, il dominio quiritario, il concetto romano di proprietà intesa in senso soggettivistico di eminenza assoluta del soggetto sulla cosa, si modifichi completamente, andando a dividere la proprietà in due, in dominio diretto, quello del feudatario, e dominio assoluto, quello del contadino che sfruttava quel terreno.
Il soggetto si moltiplica, il concetto di possesso e detenzione sfumano in un calderone indefinito e, per contro, nascono (o meglio rinascono) le proprietà collettive, che come schegge della storia fanno capolino ogni tanto, per parafrasare Henry Sumner Maine.
La situazione attuale non è del tutto paragonabile ma ha dei profili similari, sembra che la proprietà romanamente intesa (ed attenzione come la intende il codice civile italiano e come, seppur con i suoi limiti, la intende la nostra Costituzione) sia in crisi, spezzettata, finanziarizzata, dove i beni dei singoli sono divenuti mezzi di produzione e di accumulazione, si pensi alle case in affitto breve sulle varie piattaforme.
Il ruolo del pubblico, altro elemento che viene collegato al periodo feudale,, è scemato dalla fine della prima repubblica in poi, la proprietà pubblica, che veniva intesa come argine ai tentativi dei privati di mettere a rendita qualsiasi cosa, sta diminuendo in termini generali, sta venendo picconata alla base la sua funzione e sta anch’essa venendo “spacchettata” in concessione a quel privato, con diritto di superficie a quell’altro…
Tornare a discutere della proprietà e delle sue tecniche, di bene comune (anche in un’ottica di collaborazione tra pubblico e privato, per un orizzonte di democrazia partecipativa), di “altri modi di possedere” citando Carlo Cattaneo e Paolo Grossi[3], sembra sempre più necessario per rispondere all’avanzata del privato e del mercato.
Ed il libro di Gessi White può essere un buon punto, non l’unico per carità, di partenza.
[1] Così recita una parte della presentazione dell’autore ( rectius degli autori ) sulla copertina del libro.
[2] Varoufakis ci parla di tecno-feudalesimo.
[3] Il riferimento è ovviamente al libro “Un altro modo di possedere” di Paolo Grossi. Questo volume è IL testo sul dibattito avvenuto tra ottocento e novecento sulle proprietà collettive e sulla loro rilevanza a livello storico (ed anche politico). La frase che dà il titolo al libro è di Carlo Cattaneo.