Sono passati vent’anni da quando ci fu la prima grande sollevazione popolare in Valsusa contro la linea di Alta Velocità Torino Lione. Una linea ritenuta in tanti studi del tutto inutile, devastante, di grande spreco di risorse pubbliche, per di più in presenza di una linea storica sfruttata a meno di un quarto delle sue potenzialità. In sequenza: il 31 ottobre del 2005 migliaia di persone si rivoltano contro l’occupazione dei terreni sul Ponte del Seghino per l’avvio dei lavori dell’AV; l’8 dicembre 40 mila persone si mobilitano e respingono per la seconda volta le forze dell’ordine al grido “abbiamo liberato Venaus”. Il 17 dicembre in cinquantamila manifestanti sfilano per le strade di Torino contro l’AV e le grandi opere affaristiche. Un crescendo di mobilitazioni che hanno segnato la nascita del Movimento NoTav dopo che nei primi anni ‘90 nascono le prime iniziative, i primi comitati contro l’AV in Valsusa. L’8 dicembre da vent’anni a questa parte si tiene la tradizionale Marcia No Tav parte a chiusura di un ciclo di incontri e iniziative varie. A Nicoletta Dosio, una delle fondatrici del Movimento No Tav abbiamo posto alcune domande.
Ezio Locatelli: Vent’anni trascorsi dai fatti di Venaus sono tanti. Qual è il significato del ritrovarsi ogni anno nella ricorrenza di quei fatti in una grande Marcia Popolare? Quest’anno la Marcia si richiama significativamente anche alla lotta del popolo palestinese…
Nicoletta Dosio: Il ricordo per noi non è semplicemente malinconica rimembranza: è esaminare e rimettere in ordine la “cassetta degli attrezzi”, risentire le emozioni che spingono ad andare avanti, al fianco dei popoli che lottano, prima di tutti il popolo palestinese, con cui qualcuno di noi ha un legame di solidarietà che dura da cinquant’anni. Nostra forza è continuare a “sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a chiunque, da qualunque parte del mondo”. Vent’ anni sono trascorsi, tanti di noi li ha portati via il tempo inesorabile, lasciando un vuoto che pesa; ma sono arrivati i nostri nipoti di lotta, ragazze e ragazzi sinceri, generosi….. dunque, l’assalto al cielo non è finito.
E.L.: In questi anni le istituzioni hanno usato il pugno duro per reprimere le tante proteste. L’esistenza di un movimento di contrarietà all’AV è diventato un problema di ordine pubblico da rimuovere con la polizia e con l’esercito, con il concorso di forze armate provenienti da missioni di guerra. Una politica di repressione del conflitto sociale chiesta a gran voce in maniera bipartisan dalle principali forze di centrosinistra e centrodestra. Il conformismo e la manipolazione di gran parte degli organi di informazione ha fatto il resto, ha contribuito a mettere in cattiva luce se non a criminalizzare gran parte delle azioni di protesta. Non ti sembra che sotto questo punto di vista la Valsusa per molti versi abbia anticipato il clima di guerra e di manipolazione dell’informazione che stiamo vivendo?
N.D.: Sulla nostra strada abbiamo trovato molta disinformazione programmata, fin dalla fine anni ’80, quando partì la grancassa massmediatica del TAV come volano delle magnifiche sorti di un millantato “progresso liberatore” e chi, per ragioni sociali e ambientali, si diceva contrario alla devastazione annunciata, veniva presentato come nimby o come equivoco tessitore di trame oscure. Le prime vittime del clima intimidatorio, della repressione poliziesca e delle menzogne massmediatiche furono Maria Soledad Rosas ed Edoardo Massari. Accusati di eco-terrorismo insieme a Silvano Pelissero, per alcuni presunti attentati (una trivella TAV andata in fiamme, la manomissione di una centralina ferroviaria), poi rivelatisi opera dei servizi segreti, furono incarcerati e in carcere si suicidarono. Anni dopo il processo a loro carico si concluse con un’assoluzione per non aver commesso il fatto. L’unico ad usufruirne fu Silvano, per Sole e Baleno era troppo tardi, ma la loro memoria resta viva, la loro morte inaccettabile.
E.L.: In questi anni centinaia e centinaia di attivisti No Tav sono stati colpiti da una sistematica azione di repressione penale per le azioni di protesta messe in campo. Un ‘esercizio dell’azione penale a senso unico, mai contro l’operato delle forze di polizia. Oggetto di repressione è stato il conflitto tout court. Tu stessa sei stata chiamata a rispondere in concorso di diversi reati per il sol fatto di avere distribuito volantini, esposto striscioni, parlato al megafono. Hai vissuto il carcere alle Vallette di Torino, gli arresti domiciliari dopo mesi di disobbedienza civile. In “fogli dal carcere”, il diario della tua prigionia, hai scritto: “ qui c’è la mia Valle, forte e bella, a testimoniare che la giustizia è altra cosa rispetto a quanto sitiamo subendo e che non ci arrenderemo mai”. Oggi giustamente siamo contro il decreto sicurezza ma non ti sembra che in gran parte dei contenuti di questo decreto siano stati sperimentati nel laboratorio Valsusa?
N.D.: La repressione che ora ha l’avallo della legge col decreto sicurezza varato dal governo delle destre, è partita nei nostri confronti fin da subito e contro ogni legalità, senza copertura alcuna di legge, col plauso trasversale e unanime di un Parlamento asservito ai grandi sporchi interessi della lobby del TAV. Del resto, è solo il punto finale di un percorso volto alla repressione del conflitto sociale, che ha visto proponenti e sostenitori le sedicenti sinistre e il centro-sinistra non meno delle destre. Una repressione che si è fatta pratica quotidiana ai danni delle donne e degli uomini del Movimento NO TAV: sono ormai vent’anni che sperimentiamo sulla nostra pelle che cosa significhi repressione: l’occupazione militare della nostra Valle, il capillare controllo poliziesco, l’arbitrio dei tribunali, la detenzione in carcere o ai domiciliari, i fogli di via e i divieti di soggiorno, l’obbligo di dimora, la sorveglianza speciale che viene applicata non per quel che si fa, ma per quel che si è, per quel che si rappresenta socialmente e politicamente, le multe che ti divorano casa, risparmi, minimo vitale.
E.L.: La Valsusa è diventata negli anni laboratorio di partecipazione, d cultura, di solidarietà, di azione politica, di democrazia dal basso. La resistenza di questa Valle è diventata un simbolo a livello nazionale. Come ha potuto durare così tanto? Quali sono le prospettive della lotta No Tav?
N.D.: La repressione che doveva scoraggiare la ribellione e cancellare ogni resistenza, ha invece ottenuto l’effetto opposto: sulle barricate è rinata in Valle la collettività solidale che l’egoismo individualistico, arma potente del sistema per dividere e dominare, aveva tentato di estirpare.
Insieme, siamo riusciti a neutralizzare ogni interiorizzazione della sconfitta. Abbiamo imparato a non delegare, a resistere, collettivamente, con intransigenza e tenerezza. Tante realtà sono venute in Valle ad aiutarci, a riattizzare con noi il fuoco di una speranza attiva. Così si sono allargati gli orizzonti della lotta e della consapevolezza e siamo cresciuti, culturalmente e politicamente. Altra faccia del movimento NO TAV è l’aiuto concreto ai tanti che attraversano la Valle, divenuta una delle principali rotte dei migranti. In questi tempi la lotta contro il TAV è più che mai opposizione alla guerra. Infatti nel disegno guerrafondaio dell’UE i cosiddetti corridoi di traffico sono diventati linee di penetrazione militar-capitalistica da nord a sud e da ovest ad est. Per la nostra Valle, incappata nel cosiddetto corridoio 5 Lisbona – Kiev, il progetto TAV, svestiti i panni del traffico merci e passeggeri, indossa ora elmo e mimetica. Su queste basi il movimento è nato e continua a vivere, a intrecciare legami con le tante, spesso sconosciute lotte dei popoli che resistono, prima di tutti l’amata Palestina. E da vent’ anni ci opponiamo alla desertificazione che cancella foreste, praterie, taglia falde acquifere e penetra nei paesi, decretando l’abbattimento delle case che per sventura si trovano sul percorso del TAV. In realtà, nulla dell’opera vera e propria è stato realizzato, ma la devastazione avanza con i cosiddetti lavori preparatori, sulle gambe dei cantieri. Abbiamo così visto sorgere un nuovo autoporto, nuovi svincoli autostradali, che nulla hanno a che fare con un treno, ma tanto con l’alleanza lucrosissima tra Telt, (la società del TAV) e Sitaf (la società autostradale). Contro la cantierizzazione che, partita dall’Alta Valle, sta dilagando verso la pianura, fino alla cintura torinese, la nostra lotta va avanti, metro dopo metro, paese dopo paese, per difendere la vivibilità, la salute, la natura nei suoi infiniti ecosistemi, la bellezza, la memoria, la possibilità di futuro.
E.L.: A conclusione di questo scambio di vedute non posso fare a meno di ricordare che tra le compagne e i compagni che hanno fatto della Valsusa una Valle di lotta e di resistenza e che sono scomparsi in questi anni c’è Silvano Giai, il compagno di Nicoletta che è sempre stato a suo fianco nella lotta, negli atti di disobbedienza civile, nei momenti di detenzione. Silvano era un amico oltre che un compagno di tante belle discussioni fatte a “la Credenza” di Bussoleno. L’8 dicembre saremo alla Marcia in Valsusa anche in suo nome.