Tratto da Osservatorio Repressione
Quattro braccianti uccisi in Calabria. Piantedosi, Salvini e Meloni continueranno a parlare di sicurezza e invasione. Ma dietro questa strage ci sono le loro leggi, il sistema dei decreti flussi e un modello economico che produce lavoratori invisibili, ricattabili e sacrificabili.
Fucilati e poi arsi vivi dentro un’automobile. Quattro giovani braccianti morti in Calabria in circostanze che evocano scenari da guerra e criminalità estrema. Non conosciamo ancora tutti i dettagli dell’eccidio di Amendolara. Non conosciamo nemmeno i loro nomi. Ma una cosa è già chiara: nessuno può fingere che questa tragedia sia piovuta dal cielo. Perché quei corpi non sono stati soltanto uccisi dalle armi e dalle fiamme.
A bruciarli è stato anche lo sfruttamento. A consegnarli alla ricattabilità è stato un sistema che produce lavoratori invisibili. A metterli nelle mani di caporali, intermediari e reti criminali sono state politiche migratorie costruite per rendere migliaia di persone precarie, ricattabili e prive di diritti.
Le ricostruzioni che emergono dall’inchiesta sono agghiaccianti. Il viaggio di ritorno dai campi si trasforma in una condanna a morte. Il motivo sarebbe una richiesta tanto semplice quanto insopportabile per chi vive di sfruttamento: essere pagati per il lavoro svolto. Quei braccianti raccoglievano fragole. Avevano lavorato per settimane. Prima completamente in nero, poi con contratti formalmente regolari. Ma il denaro non arrivava mai. L’accordo prevedeva 45 euro per una giornata di otto ore. Nemmeno quelli venivano corrisposti. Quando hanno insistito per ottenere ciò che spettava loro, la risposta sarebbe stata il terrore. Benzina nell’abitacolo, portiere bloccate, il fuoco. Colpirne cinque per educarne centinaia.
Sarebbe però un errore fermarsi alla figura del caporale. Sarebbe la solita scorciatoia narrativa. Esattamente come accade con lo “scafista”, trasformato ogni volta nel capro espiatorio perfetto per nascondere responsabilità ben più ampie.
I caporali esistono. Gli sfruttatori esistono. Gli assassini esistono. Ma prosperano dentro un sistema economico e giuridico che li rende funzionali. Non sono una deviazione del sistema: ne sono una componente integrata.
La stessa inchiesta racconta una realtà molto più complessa. I due pachistani fermati per l’omicidio erano anch’essi lavoratori agricoli. Raccoglitori di fragole. Manovalanza collocata in una posizione intermedia della filiera dello sfruttamento. Carnefici per un giorno, schiavi per una vita. Il punto non è assolverli. Chi ha commesso questo massacro deve risponderne fino in fondo. Ma limitarsi a loro significa non capire nulla di ciò che è accaduto.
Dietro ci sono imprese agricole, intermediazioni opache, reti criminali, ricatti documentali, indebitamento migratorio, lavoro nero e lavoro grigio. C’è una filiera transnazionale che inizia spesso molto prima dell’arrivo in Italia e continua nei campi della Calabria, della Basilicata, della Puglia, nei cantieri, nei magazzini della logistica, nelle cucine dei ristoranti. Un sistema che produce forza lavoro a bassissimo costo attraverso il ricatto del documento, dell’alloggio, del trasporto e del debito.
È qui che bisogna guardare. Bisogna interrogarsi sul fallimento del decreto flussi e su quel meccanismo che continua a produrre decine di migliaia di lavoratori fantasma. Persone che arrivano formalmente in modo regolare e che poi spariscono. Nessuno sa dove siano finite. Nessuno sa per chi lavorino. Nessuno sa in quali condizioni vivano.
Eppure sono ovunque. Sono nei campi agricoli. Nei cantieri. Nei magazzini della logistica. Nelle campagne del Sud e nelle fabbriche del Nord. Da Amendolara a Rosarno, da Foggia a Monfalcone, esiste una gigantesca economia della vulnerabilità che si alimenta della precarietà giuridica di chi lavora.
Quando Salvini, Piantedosi e Meloni parlano ogni giorno di sicurezza, invasione, emergenza migratoria e difesa dei confini, dovrebbero spiegare anche questo. Dovrebbero spiegare come mai migliaia di persone continuino a essere spinte verso l’irregolarità amministrativa, private di tutele e consegnate al mercato del lavoro più feroce.
Si moltiplicano i decreti sicurezza, i CPR, i respingimenti, le deportazioni, le campagne contro i migranti. Si costruisce il nemico perfetto per raccogliere consenso. Ma il risultato concreto è sotto gli occhi di tutti: una massa crescente di persone prive di diritti effettivi, disponibili a qualsiasi condizione pur di sopravvivere.
Questa è la vera filiera della clandestinizzazione. Una macchina che produce esseri umani vulnerabili e poi li consegna allo sfruttamento.
La strage di Amendolara non può essere archiviata come un episodio criminale isolato. È il prodotto di un sistema. Di un’apartheid sociale e lavorativa che divide chi ha diritti da chi non li ha. Chi può denunciare e chi deve tacere. Chi viene riconosciuto come persona e chi viene trattato come forza lavoro usa e getta.
La Sibaritide non è un’eccezione. È uno specchio. Da anni sindacati, attivisti e associazioni denunciano un caporalato radicato e diffuso. Operazioni giudiziarie come Demetra hanno mostrato una realtà in cui i lavoratori venivano trattati, parole del gip, “come scimmie”. Eppure il meccanismo continua a funzionare perché il problema non è il singolo anello ma la catena intera.
Quei quattro uomini erano afghani. Erano fuggiti da un paese devastato dalla guerra e dal ritorno dei talebani. Avevano attraversato frontiere, trafficanti, debiti e violenze per arrivare in Europa. Una volta qui non hanno trovato sicurezza, integrazione e diritti. Hanno trovato un’altra forma di subordinazione.
Non erano persone quando venivano trasportate all’alba nei campi. Non erano persone quando lavoravano senza essere pagate. Non erano persone quando vivevano nell’invisibilità. Lo sono diventati soltanto dopo essere morti.
Le immagini dei corpi carbonizzati producono orrore, commozione, pietà. Restituiscono umanità quando ormai non serve più. Quando non disturbano più gli equilibri del sistema. Quando non possono più rivendicare un salario, un contratto, una casa, un documento, una vita dignitosa.
Eppure proprio da quelle vite cancellate arriva una lezione che dovrebbe interrogare l’intero paese. Quei lavoratori hanno osato fare ciò che la Repubblica promette sulla carta ma troppo spesso nega nella realtà: chiedere il riconoscimento della propria dignità.
Per questo il fuoco che li ha uccisi non deve spegnersi nella memoria collettiva dopo qualche giorno di cronaca.
Per rispetto delle vittime bisogna avere il coraggio di guardare oltre gli assassini materiali e interrogarsi sulle responsabilità politiche, economiche e istituzionali che rendono possibili tragedie come questa.
Perché dietro quelle fiamme non c’è soltanto un delitto. C’è un modello economico che vive di sfruttamento. C’è una politica che produce vulnerabilità. C’è un sistema che considera alcune vite sacrificabili. E finché quel sistema continuerà a funzionare, nessuno potrà dirsi innocente.
