La felicità è politica. Perché le istituzioni devono prendersene carico

Sono nata in Italia e cresciuta fra l’Italia e la Sierra Leone. Quando a Freetown andavo a scuola a piedi, alle medie, passavo da un sentiero battuto, a volte così stretto da dover cedere il passo a chi veniva nell’altra direzione, salutando sempre: Mornin’, Mornin’, mi rispondevano.
Quando il sentiero si apriva su uno spiazzo circondato da nuclei di abitazioni, salutavo le signore nell’aia, che per la maggior parte mi rispondevano. Sul mio epitaffio vorrei un semplice: “Salutava sempre”.
In Sierra Leone, salutare le persone non è un atto di cortesia, ma un gesto fondamentale di riconoscimento e cura reciproca: la comunità si costruisce attraverso piccoli gesti quotidiani.
La Sierra Leone, nella classifica del World Happiness Report (WHR) è tra i primi Paesi al mondo per aiuto agli sconosciuti e ospitalità e, tuttavia, è quasi ultima nella classifica globale della felicità: 146ª su 147.
Il WHR  si basa su criteri chiave come PIL pro capite, supporto sociale, aspettativa di vita, libertà di fare scelte di vita, generosità e percezione della corruzione, e  mostra che comportamenti prosociali come donare o aiutare sconosciuti hanno effetti misurabili sulla vita delle persone. Sempre dai dati del WHR, l’aumento del 10% di chi pratica questi gesti significa, in media, una morte in meno ogni 100.000 abitanti. La generosità, quando è reale e diffusa, non è un valore astratto: è qualcosa che salva vite.
La generosità e la solidarietà spontanea possono tamponare la disperazione, ma non possono sostituire il vuoto lasciato da istituzioni fragili. Senza sanità pubblica, welfare, infrastrutture, scuola, trasporti e sicurezza economica, la felicità concreta non nasce dall’altruismo individuale, ma da istituzioni capaci di garantire diritti e protezione sociale. La bontà dei cittadini non si può confondere con la necessità di un benessere collettivo, che è un prodotto politico. E quando le istituzioni sono assenti, nemmeno la comunità più generosa del mondo può sostituirsi ai diritti che non ci sono.
La ragione non è la mancanza di solidarietà, ma l’assenza di sicurezze: lavoro dignitoso, infrastrutture pubbliche – sanità, istruzione, casa, trasporti, welfare, sicurezza economica e tempo libero. Per questo, investire nelle condizioni che rendono possibile la prosocialità non è un dettaglio del welfare, ma una scelta politica centrale. Creare contesti in cui le persone possano sostenersi, cooperare e fidarsi le une delle altre significa costruire società più solidali; non è ottimismo o utopia, ma organizzazione sociale.
La Regione Toscana ha appena aggiunto una delega alla Felicità.
Oggi la Toscana reale racconta questo: 5.000 alloggi ERP sfitti, molti inutilizzati o degradati; migliaia in emergenza abitativa e in povertà assoluta; giovani e anziani isolati dalla mancanza di trasporti; scuole accorpate per risparmiare, con plessi chiusi e studenti costretti a spostarsi sempre più lontano; cittadini che rinunciano a curarsi perché troppo costoso o troppo complicato; lavoratori intrappolati nella precarietà; mancanza di investimento in una sanità che sia pubblica; un divario crescente tra chi ha tutto e chi sopravvive a fatica. In queste condizioni, parlare di felicità rischia di diventare un esercizio retorico.
La felicità fa parte di un patto sociale: la promessa che nessuno verrà lasciato indietro e che ogni persona avrà accesso ai diritti fondamentali che rendono la vita bella e non solo vivibile. La felicità è politica. E spetta alle istituzioni renderla possibile.
Se la Toscana vuole davvero una delega alla felicità, deve partire da quello che come Sinistra Progetto Comune cerchiamo di costruire, e come Toscana Rossa raccontavamo nel programma elettorale: deve partire dalla redistribuzione, dalla lotta alle disuguaglianze, dalla cura come responsabilità collettiva. Deve dotarsi di obiettivi misurabili, strumenti concreti e politiche capaci di cambiare la vita delle persone, e non soltanto il linguaggio della comunicazione politica.
Perché la felicità non è solo un’emozione, ma un diritto, e deve essere un impegno collettivo e un progetto politico. Se la delega alla felicità deve avere un senso, è questo: assumere che il benessere di ciascuno dipende dall’architettura sociale e civile che costruiamo insieme alle istituzioni.
Solo così la felicità si può costruire: con le premesse e non solo le promesse, affinché nessuno debba affrontare la vita da solo e  le istituzioni siano il luogo in cui la cura reciproca diventa politica, giustizia, futuro.