Non cedere al collasso cognitivo, riaffermare l’umanità di fronte al dominio dell’algoritmo – Tre domande a Bruno Arpaia

Bruno Arpaia, scrittore, giornalista, traduttore, autore del romanzo Il mondo senza inverno (Guanda editore)

Alberto Deambrogio: Bruno Arpaia, nel romanzo (Un mondo senza inverno N.d.I.) descrivi una società rigidamente divisa in tre zone, dove la zona A è abitata da superuomini geneticamente modificati. Pensi che l’attuale divario economico stia portando verso una vera e propria speciazione biologica in cui la salute e l’evoluzione diventano beni di lusso inaccessibili alla maggioranza?

Bruno Arpaia: Beh… prima di tutto questa idea, confesso, non è mia: è un’idea di Yuval Noah Arari. Mi è sembrata molto azzeccata, nel senso che stiamo già cominciando a vedere come il welfare sta andando a quel paese. Io abito in Lombardia. Dieci anni fa ci volevano due mesi per fare una colonscopia col servizio sanitario nazionale e adesso ci vogliono due anni e mezzo, oppure 800 € per farla privatamente; altrimenti non la posso avere. Temo che le cose andranno sempre peggio e poi di fronte alla proliferazione di aziende di editing genetico, di chip neurali la cosa si complica. Ci dicono, per adesso, che studiano e lo fanno per trovare il modo di far camminare un tetraplegico oppure per non far nascere i bambini con malattie genetiche, però il problema è che poi queste cose si amplieranno. Alcuni dicono che intendono sbloccare il potenziale umano, altri stanno facendo ricerche su come allungare la vita: già si parla di una specie di eugenetica con bambini più resistenti, più sani. Ė evidente, per come sta andando il mondo e se uno si guarda intorno, che tutto questo sarà sempre più appannaggio di chi potrà permetterselo, di chi ha le risorse per permetterselo, mentre la sanità pubblica come sarà? Non so a quanti anni possiamo fare una previsione, ma, insomma, sarà a un livello veramente di base, per cui è un mio timore che, questo possa realmente accadere con il passar del tempo.

A.D.: Tu hai spesso distinto la tua opera dalla fantascienza classica definendola una fiction basata su conoscenze attuali. Scrivere di un futuro così prossimo e possibile è un atto di realismo politico o un tentativo letterario di esorcizzare una catastrofe che sentiamo già inevitabile?

B.A.: No, la catastrofe non è ancora inevitabile, nel senso che abbiamo ancora una finestra temporale, che ovviamente si va sempre più restringendo. Quanto alle etichette io dico sempre, ma è una battuta ovviamente, di sentirmi uno scrittore transgender, nel senso che non mi è mai importato dell’etichetta che viene affibbiata ai miei romanzi. Però quando per questi libri si parla di distopia, ho qualche resistenza. Prima di tutto perché mi sembra che la realtà che viviamo stia assomigliando sempre più a una distopia. In questo mondo mi sembra che l’unico realismo possibile sia questo: il modo per continuare a immaginare un futuro è un realismo con caratteristiche nuove. Francis Bacon postulava l’esigenza di un realismo non illustrativo, ma di un realismo che fosse il risultato di una vera invenzione, di un modo nuovo di intrappolare la realtà. Questo è evidente anche in Fabio Deotto. Questo scrittore dice proprio che il realismo tradizionale ha bisogno di un presente inquadrabile statico, invece la realtà oggi è sfuggente. Il presente è un concetto sempre più mutevole, perciò per inquadrare queste dinamiche, con queste realtà in divenire com’è la nostra, bisogna scegliere un punto d’osservazione più avanzato. La distopia può essere esorcistica, può essere perfino consolatoria. Io dico: speculative fiction è una definizione che usa Margaret Atwood, ma la cosa fondamentale è che io sto parlando di cose che stanno già accadendo anche se in stato embrionale. Non faccio il profeta, non ho sfere di cristallo in cui vedere il futuro, però mi limito ad unire i puntini delle cose che vedo e tirare appena appena la linea più in là. Si può parlare, sempre per citare ancora Fabio Deotto, di realismo aumentato, come la realtà aumentata, oppure di presente estremo come Scurati lo chiama. Tutte queste definizioni per me vanno bene. L’ho già detto: non mi interessano, però quello che voglio sottolineare è che questo mi sembra l’unico realismo possibile, parlare di cose che stanno già succedendo e non vediamo o preferiamo non vedere

A.D.: Nel tuo romanzo la divisione tra le zone sembra l’esito perfetto della tecno-archia teorizzata da Lelio Demichelis. Un mondo dove l’algoritmo non si limita a gestire la scarsità delle risorse, ma stabilisce chi ha il diritto biologico di esistere. Se nella tua narrazione l’intelligenza artificiale è il braccio operativo di questo sistema, credi che oggi siamo ancora in tempo per sottoporre la tecnica ad un giudizio politico o siamo invece già pronti a delegare ogni decisione etica ad una macchina, trasformando la democrazia in una mera funzione dell’efficienza tecnologica?

B.A.: Adesso, quello che stiamo già facendo, stiamo delegando la funzione di conoscenza a delle macchine, che funzionano probabilisticamente, algoritmicamente e la capacità di decidere cosa è vero e cosa è falso dovrebbe spettare a noi. Siamo ancora in tempo. Gli stessi creatori dell’intelligenza artificiale, alcuni di loro, ci dicono di una serie di rischi possibili. L’intelligenza artificiale avrebbe bisogno di limiti di, paletti, di binari e, però, non mi pare che stiamo agendo in questo senso. Il problema vero è che non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è socialmente desiderabile. Tutto questo ha a che fare con un concetto che le nostre società stanno perdendo continuamente di vista: il limite. Noi abbiamo dei limiti, ci sono dei limiti fisici perché la terra è un sistema fisico finito e invece noi lo sfruttiamo superando qualsiasi limite. Ci sono dei limiti alle nostre stesse tecnologie, alle nostre stesse scoperte perché non tutte sono utili socialmente. Io penso che anche su questo bisognerebbe lavorare molto, perché, appunto, rischiamo un collasso cognitivo, che è ciò che mi fa più paura in assoluto, perché se non riusciamo più a distinguere il vero dal falso, se cediamo a una conoscenza che non è vera conoscenza ma è semplicemente un aggregato algoritmico, allora saremo un po’all’addio della nostra umanità.