La finanza che divora il reale: la lezione inascoltata di Gallino è oggi un’urgenza popolare

Quindici anni fa circa, Luciano Gallino, sociologo e pensatore tra i più lucidi del nostro tempo, indicava con precisione chirurgica le cause della disintegrazione economica europea: la finanziarizzazione estrema, l’assenza di regole sul movimento dei capitali e la commistione pericolosa tra banche commerciali e d’affari.

Oggi, nel 2026, con i prezzi del petrolio e dei carburanti che subiscono impennate repentine legate a scommesse finanziarie sul valore futuro del greggio, le parole di Gallino risuonano non solo attuali, ma drammaticamente profetiche.

É utile ricordare che negli ultimi decenni del XX secolo, diverse figure chiave del centro-sinistra globale hanno adottato politiche che hanno facilitato la liberalizzazione dei capitali e la deregolamentazione finanziaria, spesso in risposta a crisi valutarie o per favorire l’integrazione internazionale.

François Mitterrand con il “Tournant de la Rigueur” (1983). Nonostante fosse salito al potere nel 1981 con un programma di radicali nazionalizzazioni e riforme sociali, il presidente francese François Mitterrand effettuò nel 1983 una storica inversione di marcia con la liberalizzazione del mercato finanziario, segnando l’adesione della sinistra francese alle logiche di mercato europee.

Bill Clinton con la fine del Glass-Steagall (1999). La sua amministrazione negli Stati Uniti ha rimosso i principali ostacoli normativi alla speculazione finanziaria. L’atto eliminò la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento, permettendo ai grandi gruppi bancari di utilizzare i depositi dei risparmiatori per operazioni speculative ad alto rischio. Molti economisti ritengono che questa deregolamentazione sia stata uno dei fattori che hanno alimentato la crisi finanziaria globale del 2008.

Mario Draghi e l’incontro sul Britannia (1992). Il 2 giugno 1992, a bordo del panfilo reale britannico Britannia, si tenne una conferenza con esponenti della finanza internazionale (come la banca Warburg e Barclays) e dirigenti italiani. Mario Draghi, allora Direttore Generale del Tesoro, tenne un discorso di apertura sulle prospettive delle privatizzazioni in Italia. L’incontro avvenne in un momento di estrema debolezza per l’Italia (sotto attacco speculativo sulla lira e nel pieno di Tangentopoli). In quell’occasione sono state gettate le basi per la “svendita” di asset strategici dello Stato (come ENI, ENEL e Telecom) a favore di investitori privati e internazionali.

In sintesi, tutte queste manovre testimoniano il passaggio del centro-sinistra su posizioni neoliberiste, volte a rimodellare negativamente le economie nazionali all’interno della nascente globalizzazione finanziaria, con aspetti antipopolari che via via sono diventati sempre più evidenti.

È giunto il momento che una vera sinistra di alternativa rimetta al centro della propria agenda politica tre pilastri fondamentali per difendere le classi popolari.

Il ritorno alla separazione tra banche commerciali e d’affari, per esempio, potrebbe essere uno dei temi da affrontare. La separazione netta tra le banche che gestiscono i risparmi dei cittadini (commerciali) e quelle che speculano sui mercati (d’affari). Quando questi due mondi coincidono, il rischio speculativo si trasferisce direttamente sui depositi dei cittadini e sull’economia reale. La necessità di una riforma bancaria che impedisca a chi gestisce i conti correnti di utilizzare la liquidità per scommesse ad alto rischio è una misura di sicurezza sociale, non solo di stabilità finanziaria.

Lo stop alla speculazione con il divieto di vendite allo scoperto sarebbe oggi urgentissimo, come dimostrano le azioni con tanto di sospetto di insider trading di speculatori sul valore del del petrolio durante la crisi USA-Iran.
La volatilità dei prezzi dei beni essenziali, in primis il petrolio, è alimentata da un “petrolio di carta”. Attraverso le vendite allo scoperto e altri derivati, i mercati finanziari scommettono al rialzo o al ribasso sui prezzi, trasformando le tensioni geopolitiche in profitti enormi per pochi, scaricando i costi su famiglie e imprese. Il divieto strutturale delle vendite allo scoperto è uno strumento indispensabile per frenare questa speculazione che colpisce i prezzi alla pompa e l’inflazione.

Regolare il flusso dei capitali sarebbe una terza mossa decisiva. Gallino sosteneva la necessità di imporre limiti alla circolazione speculativa dei capitali per evitare che le economie nazionali vengano ostaggio di flussi finanziari volatili che cercano solo il profitto a breve termine. Senza questa barriera, le politiche economiche nazionali sono subordinate ai desiderata dei mercati finanziari, rendendo la sovranità economica una chimera. Un’urgenza per le classi popolari. Oggi, con il greggio che nel 2026 continua a essere oggetto di volatilità legata a speculazioni, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: i prezzi dei carburanti salgono rapidamente, incidendo pesantemente sul potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie, specialmente in un contesto di inflazione persistente. È inaccettabile che i mercati finanzino le loro scommesse sulla pelle dei consumatori. Una sinistra che voglia definirsi di alternativa non può limitarsi a chiedere una redistribuzione fiscale pur doverosa e non rimandabile; deve proporre anche una redistribuzione di potere, regolando il sistema finanziario. Riprendere le proposte di Gallino significa passare dalla difesa alla controffensiva, ponendo un argine alla finanziarizzazione che sta divorando l’economia reale e impoverendo le classi popolari. La finanza deve tornare a servire l’economia, non a governarla con l’ illusione pericolosissima di una espansione del capitale senza fine, ma con disastrose ‘bolle’ sempre dietro l’ angolo.

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