CEVA Logistic: ancora sfruttamento, ancora caporalato. È marcio tutto il sistema

Ci risiamo! La Ceva Logistic, una multinazionale della logistica è stata di nuovo indagata dai Pm di Milano Paolo Storari e Daniela Bartolucci per reati tributari come già accaduto nel 2019. Le vengono contestati illeciti perpetrati Attraverso un “largo ricorso all’esternalizzazione di servizi di logistica, movimentazione merci e facchinaggio avvalendosi di fatture emesse per rapporti di fornitura di servizi fittizi diretti a simulare irregolari rapporti di somministrazione di manodopera”
In sostanza la multinazionale si è servita per anni di piccole società, spesso finte cooperative o società di comodo, in realtà meri serbatoi di manodopera, per ottenere lavoratori retribuiti con salari irrisori grazie al fatto che gli intermediari, veri e propri caporali, evadevano sistematicamente il fisco e non versavano i contributi omettendo le dichiarazioni o falsificando i registri contabili.
Le indagini lasciano intravedere l’esistenza di tutto un sistema alla base del quale c’è l’insaziabile ricerca della massimizzazione dei profitti ad ogni costo di un capitalismo estrattivo ai danni di lavoratori estremamente ricattabili, spesso migranti, cui vengono negati tutele e diritti minimi e ai danni dello stato cui vengono a mancare entrate fiscali considerevoli.
Viene da ringraziare la magistratura milanese perché fa con determinazione il proprio dovere, ma poi, pensandoci bene, viene da chiedersi perché questo non viene fatto dalle procure  in tutta Italia e perché non si forniscono al fisco gli strumenti e il personale per scoperchiare tutto il sistema che è marcio alla radice.
I reati sono gli stessi contestati negli ultimi anni a grandi società  come Amazon, Dhl, Gls, nel settore della logistica, come Armani e Loro Piana nella moda, Esselunga e Lidl nella logistica in seguito a inchieste della procura di Milano che hanno portato nelle casse dello stato entrate più di un miliardo di euro di tasse e contributi  e permesso la regolarizzazione di molte decine di migliaia di lavoratori.

Quanto il quadro di illegalità e sfruttamento del lavoro sia pervasivo ci viene ricordato anche oggi dalla convalida da parte del Gip del decreto di amministrazione giudiziaria emesso di nuovo dalla procura di Milano nei confronti di Deliveroo, altra società di consegne a domicilio indagata insieme a Glovo per sfruttamento del lavoro dei rider.

Le accuse riguardano il travestimento da autonomo di quello che è a tutti gli effetti lavoro dipendente e le paghe al di sotto della soglia di povertà in violazione di quanto sancito dall’articolo 36 della Costituzione: il diritto a una retribuzione che garantisca al lavoratore e alla sua famiglia una vita dignitosa. Una pratica resa ancor più oscena perché colpisce lavoratori resi ricattabili da condizioni di povertà e fragilità estreme quali sono spesso i migranti.

Emerge di nuovo chiaramente la brutale volontà estrattiva del moderno capitalismo che in questo caso si serve del progresso tecnologico per nascondere forme di sfruttamento di tipo ottocentesco con i lavoratori resi invisibili in quanto persone soggetti di diritti e il lavoro ridotto a prestazione remunerata in quanto tale.

I ciclofattorini, infatti, sono retribuiti a consegna senza nessun riconoscimento per il tempo trascorso a disposizione dell’algoritmo, da nove fino a 12 ore al giorno, nella speranza di cumulare abbastanza consegne da raggiungere una paga oraria media da 2 a 4 euro l’ora. Una paga da fame per la prestazione e nessun riconoscimento della persona cui vengono totalmente negati diritti quali le ferie, la malattia, gli infortuni frequenti in un lavoro ad alto rischio come il loro.

Denunciamo da anni questi modelli di sfruttamento basati sull’illegalità che vanno avanti nonostante le condanne passate ad opera di vari tribunali resi possibili da leggi scritte apposta per rimanere inapplicate grazie anche al fatto che chi è preposto a controllare viene privato dei mezzi e del personale per farlo.

Benissimo che la magistratura faccia il proprio dovere, ma questo non basta se non è accompagnato dalla costruzione di coscienza e di forme di organizzazione indispensabile per la crescita delle lotte per i salari e i diritti in grado di trarre dalla condizione di invisibilità lavoratrici e lavoratori di questi settori dove lo sfruttamento raggiunge livelli intollerabili.
E’ un compito a cui una sinistra degna di questo nome non si può sottrarre, un passaggio chiave per la ricostruzione di quell’unità della classe che la faccia tornare ad essere la base fondante della Costituzione reale del Paese.

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