Vedendo che non tutti gli indicatori siciliani sono negativi il Presidente Schifani e il centrodestra si sono lanciati in un trionfalismo decisamente fuori luogo. Qualche dato è migliorato, tuttavia la qualità dello sviluppo economico e sociale resta debole, socialmente discriminatorio e territorialmente squilibrato. Nel 2025 l’attività economica è cresciuta appena dello 0,6 per cento, poco sopra il dato nazionale ma in rallentamento, come emerge anche dalle analisi della Banca d’Italia, mentre il quadro sociale continua a mostrare bassa occupazione, redditi modesti, servizi insufficienti e un’emorragia di giovani qualificati che svuota il futuro dell’Isola.
Sono arrivati fondi pubblici ingenti che però non hanno prodotto una vera crescita strutturale. I dati, se si analizzano in maniera accurata e critica, raccontano una Sicilia trainata da costruzioni, spesa pubblica, commercio, turismo e servizi tradizionali, tutti settori a basso valore aggiunto, e non da produttività, innovazione, buona occupazione e tutela del territorio, una dinamica certo coerente con quella del sistema economico italiano, ma debole e che mostra i propri limiti proprio a causa di questo sbilanciamento. . La crescita dell’edilizia pubblica non basta se genera lavoro fragile, non migliora i servizi e rischia di aggravare la vulnerabilità ambientale.
L’occupazione nel 2025 è aumentata dello 0,9 per cento ma il tasso resta inchiodato al 47,3 per cento contro il 62,5 nazionale. La disoccupazione ufficiale è al 12,2 per cento, doppia rispetto all’Italia, e quella di lunga durata raggiunge il 7,6 per cento. Il lavoro continua a essere un privilegio intermittente, non certo un diritto, come dovrebbe essere. La situazione femminile è ancora più grave: il tasso di occupazione delle donne è al 34,6 per cento mentre quello maschile è al 60,2 per cento e la disoccupazione femminile arriva al 14,3 per cento. Dopo quattro anni di crescita l’occupazione femminile è tornata a calare, segno che la ripresa non include le lavoratrici.
I giovani vivono una condizione altrettanto allarmante. L’occupazione tra 15 e 24 anni è appena al 12,4 per cento con una disoccupazione al 33,8 per cento, mentre tra 25 e 34 anni l’occupazione è al 48,6 per cento. I NEET tra 15 e 34 anni sono il 27,5 per cento contro il 15,6 nazionale. Il dato è migliorato rispetto al 2019 ma resta un indicatore di esclusione di massa. Una Regione, che da una parte perde i giovani più attivi e, dall’altro, non li inserisce in lavori qualificati ipoteca, irrimediabilmente, il proprio futuro.
Sulla qualità del lavoro il quadro è desolante. Tra i nuovi ingressi il 55,1 per cento è a tempo determinato, solo il 31,1 per cento a tempo indeterminato e appena il 14,2 per cento riguarda professioni ad alta qualifica, contro il 20,2 nazionale. Si crea lavoro, ma precario e in segmenti poco qualificati, incapaci di trattenere laureati. Sul fronte salariale le retribuzioni reali restano inferiori del 7,7 per cento rispetto al 2021 e nel periodo 2008-2023 sono diminuite del 15,8 per cento, quasi il triplo del calo nazionale. La retribuzione media annua è di 17.135 euro contro 23.662 in Italia, e per le donne è ancora più bassa. Si crea lievemente più lavoro, è vero, ma è povero, precario e poco qualificato.
In questo orizzonte, la responsabilità politica regionale è enorme e la storia pregressa non può essere un alibi. Negli ultimi anni la giunta Schifani ha gestito risorse ingenti, ma se lo sviluppo offre ai giovani solo turismo stagionale, commercio, edilizia e pubblica amministrazione vuol dire che manca una strategia economica e formativa che leghi università, innovazione e lavoro stabile. D’altronde lo stesso rapporto sull’economia siciliana evidenzia come la crescita recente sia stata sostenuta soprattutto da servizi e costruzioni, più che da settori ad alto contenuto tecnologico.
La Sicilia è strutturalmente esposta a crisi climatica, siccità, dissesto e cattiva gestione del territorio. Nel 2025 la produzione agricola è ancora in calo, con crolli nel vitivinicolo. Le piogge del 2026 hanno migliorato il riempimento degli invasi ma non cancellano la gestione disastrosa dell’acqua. I fondi del PNRR e di coesione hanno destinato miliardi all’isola ma resta il dubbio su quante opere davvero utili e manutenute siano arrivate ai territori. Il boom delle costruzioni, trainato soprattutto dai lavori pubblici e dagli investimenti legati al PNRR, conferma una crescita poco selettiva e poco sostenibile.
I servizi restano sotto gli standard. La spesa sanitaria cresce ma la mobilità passiva resta negativa e poche strutture territoriali sono operative, oltre a registrare disservizi quotidiani diffusi e capillari. Il problema è trasformare la spesa in accesso reale e riduzione delle disuguaglianze. I Comuni sono in ginocchio, con una quota elevata in disavanzo o dissesto, causata non solo dalle cattive gestioni, ma soprattutto dai tagli dei trasferimenti e da un fraudolento federalismo fiscale che toglie ai poveri per dare ai ricchi. La digitalizzazione è in forte ritardo e le competenze digitali restano limitate, nonostante i programmi pubblici di investimento. E questo contesto, inevitabilmente, si ripercuote sulla qualità e quantità di servizi erogati ai cittadini.
In definitiva, il bilancio della gestione regionale è pessimo. Lo sviluppo non è equilibrato, la disoccupazione resta alta e penalizza donne e giovani, il poco lavoro creato è precario e dipende da interventi una tantum. Serve una rottura netta con questo modello. Una Regione all’altezza dovrebbe puntare su occupazione femminile, lavoro stabile e ben retribuito, contrasto all’emigrazione giovanile forzata, servizi funzionanti e una gestione climatica e idrica preventiva. Se non si inverte la rotta si rischia un paradosso catastrofico: risorse straordinarie in cui pochi si arricchiscono, il territorio è abbandonato, i lavoratori sono sfruttati e i giovani continuano a partire.
LINK RAPPORTI
ISTAT, BesT Sicilia 2025
Banca d’Italia, L’economia della Sicilia. Rapporto annuale 2026
ISTAT, Rapporto annuale 2026