Simona Suriano ex parlamentare, e delegata USB al MAECI
L’obiezione di coscienza in Italia ha rappresentato un importante tema di battaglia nel percorso verso il riconoscimento di sempre più ampi diritti civili. Ovvero, la possibilità per un individuo di rifiutare di adempiere a un obbligo legale – originariamente previsto solo per il servizio militare obbligatorio – per motivi etici, religiosi o filosofici.
Ma questo tema non riguarda più solo la storia militare. Esso tocca profondamente la relazione tra individuo e Stato, tra libertà personale e dovere collettivo.
La storia italiana è segnata da incarcerazioni di giovani obiettori, da un lento cambiamento legislativo e da un’evoluzione culturale che ha portato all’attuale servizio civile universale. Ma la questione non è affatto chiusa all’ambito militare. Ed infatti il tema dell’obiezione di coscienza si è diffuso anche in ambito sanitario e oggi, visto le drammatiche vicende internazionali, si pone con forte insistenza anche in altre sfere; in ambiti in cui il confine tra sentire individuale e esercizio di una pubblica funzione diventa un confine difficile da segnare con una chiara linea di demarcazione.
Ed ecco che, in tempi oscuri, come quello di un genocidio in diretta, anche nell’ambito del pubblico impiego, di quei dipendenti che direttamente o indirettamente si trovano a dover eseguire compiti impartiti dal proprio centro di responsabilità (a sua volta indirizzato da un centro politico) sorge il dubbio su come operare correttamente. Il giusto impegno da profondere nell’esercizio della propria funzione, può giungere sino al compimento di azioni che vanno contro il proprio più profondo sentire? E’ giusto, appropriato, necessario compiere azioni amministrative che si sa vanno a vantaggio di un partner dello Stato italiano che si è macchiato dei peggiori crimini contro l’umanità?
Già dallo scorso anno si son moltiplicate le lettere di funzionari e dipendenti della Pubblica Amministrazione (ma anche di organizzazioni europee) in cui si chiedeva ai vertici politici a guida di Ministeri o altre strutture, di impegnarsi con tutte le forze per impedire la prosecuzione di un massacro in diretta, evidenziando il profondo disagio da parte del lavoratore di dover lavorare e collaborare con partner stranieri sotto accusa per gravi crimini.
Partendo da questo grido lanciato dai lavoratori, come sindacato USB ci siam posti il problema di come conciliare il diritto costituzionale alla libertà di coscienza col dovere di eseguire il servizio pubblico a servizio della collettività e sul punto è stata indetta un’Assemblea del personale al Ministero degli Affari Esteri, lo scorso 9 Aprile, con l’intenzione di proseguire il percorso attraverso strumenti nuovi, da studiare e creare.
Un tema di non facile e semplice soluzione, ma che necessita oggi di essere sollevato, di diventare oggetto di dibattito e analisi per compiere quel salto di civiltà che tutti avremmo voluto evitare per le cause per cui si impone. Se da un lato, la Costituzione italiana ripudia la guerra e impone allo Stato italiano di osservare i trattati internazionali, dall’altro può un pubblico dipendente opporsi di eseguire quelle attività in palese violazione del dettato costituzionale o di norme cogenti di rango internazionale? Non è un caso che il dubbio è sorto in particolare in quei ministeri ( ma anche nelle Università e tra i ricercatori) in cui il legame con Israele è quotidiano, dove gli scambi e gli accordi di ricerca tecnologica “dual use”, ma anche militari o commerciali sono all’ordine del giorno.
Dal dibattito in corso in questi mesi è emersa la volontà dei dipendenti pubblici di non essere solo meri esecutori di ordini provenienti dall’alto ma di essere parte attiva e responsabile nell’azione dello Stato che ha il diritto e dovere di chiedere coerenza coi principi costituzionali e internazionali, gli stessi che vengono chiesti al pubblico dipendente.
E’ fondamentale, in questa fase, riuscire a fare rete tra le varie ramificazione della pubblica amministrazione. Necessario costruire un anticorpo sano e cosciente di lavoratori che difendono quei valori e principi a cui gli stessi impiegati sono chiamati a rispondere nella presa di servizio.
E’ sempre più diffusa una nuova sensibilità, una nuova coscienza nella classe lavoratrice, studentesca, nei più giovani, che la brutalità di uno Stato irrispettoso di ogni regola o diritto, insieme a leader sempre più sfacciatamente disprezzanti delle regole del gioco purché siano loro a vincere, hanno fatto emergere. Emerge la stanchezza di dover sottostare alle regole del capitalismo e del liberismo (da cui derivano anche le inutili guerre) e vedere le nostre vite, le nostre coscienze, le nostre dignità calpestate quotidianamente.
Una cosa mi sembra oggi chiara: i popoli sono molto più intelligenti dei governanti!
E’ per questo che ritengo che solo movimenti coesi, che partano dal basso, con chiare intenzioni di pace e giustizia sociale, possono fare la differenza nel prossimo futuro. Altrimenti siamo costretti a vedere il solito film tra finti schieramenti che si oppongono ma che in realtà non hanno immaginazione, né visione sul quel futuro che i popoli sognano.