Tratto da Osservatorio Repressione
L’inchiesta di Al Jazeera svela l’orrore oltre le macerie: non solo morti sepolti, ma esseri umani volatilizzati a 3.000 gradi, ridotti a sangue, pelle e frammenti
Il genocidio a Gaza è ancora peggio di quanto ci fossimo immaginati. Non perché manchino le immagini, non perché manchino i numeri, non perché manchino le testimonianze. È peggio perché, adesso, emerge anche ciò che non si vede. Migliaia di persone non sono soltanto morte sotto le macerie: sono scomparse. Dissolte. “Evaporate”.
È la conclusione a cui arriva un’inchiesta della Al Jazeera Investigation Unit, costruita incrociando dati della Protezione Civile di Gaza, del Ministero della Salute e delle famiglie degli scomparsi. Il lavoro ricostruisce un punto che sposta ancora più in là il confine dell’orrore: non tutte le vittime possono essere recuperate, non perché siano irraggiungibili, ma perché non esistono più come corpi. Restano tracce biologiche. Gocce di sangue. Pezzi di pelle. Frammenti minuscoli. E, attorno, la polvere.
Non serve alcun paragone, non serve nessuna forzatura retorica: è già abbastanza pensare a esseri umani resi niente, squagliati, cremati, volatilizzati da un calore che supera i 2.500-3.000 gradi. Soffio, sabbia, nulla più. La parola “morti” non basta più. Qui la materia viene cancellata.
Il sospetto che qualcosa del genere stesse accadendo era già scritto nelle immagini. Era evidente, fin dal 31 ottobre 2023, quando Al Jazeera trasmise l’attacco dell’aviazione israeliana su Jabalia. Quel video fece il giro del mondo. Un cratere enorme, largo almeno dodici metri. Un palazzo semplicemente polverizzato. I testimoni fermi, attoniti, incapaci di capire cosa fare perché non c’era più nulla da cercare, nulla da estrarre, nulla da salvare. Non era un bombardamento: era una cancellazione.
Chi ha visto quelle immagini sa cosa significano. In una barberia povera e dignitosa di Amman, in quel momento, un’intera stanza restò immobile davanti allo schermo. Non era solo paura o indignazione: era incredulità. La sensazione netta che tutte le regole fossero saltate. E che stessero saltando con il nostro avallo.
L’inchiesta spiega che non si tratta di ordigni “qualunque”. Le bombe usate, oggi indicato come dato ormai acclarato, sarebbero bombe da 900 chili, con sigle che rimandano direttamente agli arsenali e alla tecnologia militare statunitense: GBU-31, MK-84, bombe “di profondità” come le bunker buster. Armi progettate non solo per colpire, ma per annientare, penetrare, svuotare, cancellare ogni cosa nel raggio d’azione.
Secondo Al Jazeera, le persone “evaporate” sarebbero 2.842. Un numero che fa tremare, perché significa che migliaia di famiglie non hanno nemmeno un corpo da piangere, un volto da ricomporre, una tomba da visitare. Significa che la morte non è solo morte: è sparizione. È un buco lasciato nella vita e nella materia.
La definizione “evaporati” non è una metafora poetica, né un’esagerazione. È un criterio operativo. La Protezione Civile, racconta l’inchiesta, utilizza questa categoria solo dopo ricerche approfondite: se una famiglia dichiara che in una casa c’erano cinque persone e i soccorritori recuperano tre corpi intatti, i restanti due vengono considerati “evaporati” solo quando non resta nulla da trovare se non tracce biologiche sui muri, schizzi di sangue o frammenti minuscoli come porzioni di cuoio capelluto.
Il cuore dell’inchiesta, significativamente, si intitola “The Rest of the Story”, “Il resto della storia”. Ed è proprio questo: la parte che non passa nei bollettini, la parte che non entra nelle statistiche, la parte che non si vede nelle fotografie delle macerie. La parte che racconta cosa fanno certe armi ai corpi umani.
Secondo esperti militari citati nel reportage, le bombe termobariche non si limitano a uccidere. Annientano la materia. Funzionano disperdendo una nube di combustibile che prende fuoco in un istante, creando un’enorme palla di fuoco e un effetto vuoto, una sorta di risucchio che schiaccia e divora ciò che sta intorno. A differenza delle esplosioni convenzionali, qui l’aria stessa diventa arma. E quando la miscela chimica è arricchita con polveri di alluminio, magnesio e titanio, la temperatura e la durata dell’esplosione aumentano fino a livelli che rendono inevitabile la vaporizzazione dei tessuti.
Il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Salute palestinese a Gaza, spiega nell’inchiesta un passaggio che dovrebbe bastare a fermare ogni cinismo: quando un corpo umano, composto per circa l’80% da acqua, viene esposto a energia superiore ai 3.000 gradi, combinata con pressione e ossidazione massicce, i fluidi bollono all’istante. I tessuti vaporizzano. Si trasformano in cenere. Non è un’opinione: è chimica.
Tra gli ordigni identificati, l’inchiesta cita la MK-84 “Hammer”, un’arma da 900 chilogrammi caricata con tritonal, una miscela di TNT e alluminio che può raggiungere temperature anche superiori ai 3.000 gradi. La potenza distruttiva è tale da generare crateri enormi e frammentazione letale a centinaia di metri. Viene citata anche la BLU-109 bunker buster, progettata per penetrare nel terreno o nelle strutture prima di detonare, e la GBU-39, un esplosivo planante di precisione che, secondo gli esperti, può mantenere relativamente intatta la struttura esterna di un edificio, distruggendone però completamente l’interno, uccidendo con onde di pressione e calore capaci di lacerare i polmoni e incenerire i tessuti molli.
Il punto politico, però, è che non si tratta solo di tecnologia. Si tratta di responsabilità. L’inchiesta parla di armi fornite dalle amministrazioni statunitensi, da quella guidata da Joe Biden fino al secondo mandato Trump. Un connubio, quello tra Israele e Stati Uniti, che trasforma ciò che accade a Gaza in qualcosa che va oltre la dimensione locale. Un “genocidio globale”, perché globale è la catena di fornitura, globale è la copertura diplomatica, globale è l’impunità.
Il dibattito sull’uso delle termobariche non è nuovo. Da anni se ne discute per via della loro portata distruttiva e per le conseguenze sui civili. Il loro utilizzo viene spesso difeso con la categoria delle “armi di precisione”, ma molti esperti sostengono che dovrebbero essere limitate, se non vietate, proprio a causa dei loro effetti indiscriminati e della difficoltà di inquadrarle dentro i principi del diritto internazionale umanitario. L’inchiesta richiama una lunga serie di riferimenti giuridici, dalle Convenzioni dell’Aja ai protocolli di Ginevra, fino alla Convenzione sulle armi chimiche, evidenziando come questi ordigni pongano problemi legali enormi, anche quando non rientrano formalmente nella categoria di arma chimica.
Eppure, mentre le norme vengono discusse, i corpi spariscono. Mentre i governi misurano le parole, la materia umana viene cancellata. Mentre si parla di “danni collaterali”, migliaia di persone vengono ridotte a una macchia su un muro.
Questa è la soglia che l’inchiesta di Al Jazeera costringe a guardare. Gaza non è solo un luogo di morte: è diventata un luogo in cui la morte viene resa invisibile, perché non resta nemmeno ciò che dovrebbe restare. Non c’è sepoltura, non c’è riconoscimento, non c’è commiato. C’è solo l’assenza.
E quando un’assenza diventa sistema, quando la sparizione diventa metodo, quando l’evaporazione dei corpi diventa un dato, allora non siamo davanti a un eccesso, a un errore, a una “tragedia inevitabile”. Siamo davanti a un progetto di annientamento.
E la cosa più terribile è che, nonostante tutto, continuiamo a chiamarlo con parole troppo piccole.
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