Riccardo Cavallo, Filosofo del diritto – Università di Catania
Il risultato referendario – come scrivono nel loro contributo Mimmo Cosentino e Felice Rappazzo – non può essere letto come un episodio isolato, né tantomeno come una semplice battuta d’arresto del governo, ma va collocato all’interno di una dinamica più profonda, ovvero i rapporti di forza tra le classi e il modo in cui questi si riflettono nelle forme istituzionali. La bocciatura della cosiddetta riforma costituzionale va allora interpretata come un momento di resistenza rispetto a un tentativo di ulteriore riorganizzazione dello Stato in senso funzionale agli interessi dei gruppi dominanti, anche attraverso la compressione dell’autonomia di un potere come quello giudiziario. In questo senso, il carattere eccezionale della mobilitazione e lo spiegamento di forze politiche e mediatiche a sostegno del Sì mette giustamente in evidenza il tentativo da parte del blocco di potere, di costruire consenso attorno a una trasformazione degli equilibri istituzionali coerente con le esigenze del capitalismo contemporaneo: stabilità decisionale, riduzione dei contrappesi, adattamento dell’ordinamento alle logiche della competizione economica e geopolitica. Il fatto che, ciò nonostante, una quota significativa di popolazione (per lo più giovane) abbia respinto questa prospettiva segnala una contraddizione aperta tra direzione politica e base sociale. La partecipazione di votanti più alta del previsto non è allora solo un dato quantitativo, ma l’indizio di una riattivazione, sia pure parziale, del conflitto sociale sul terreno politico. Quando la posta in gioco, infatti, tocca la struttura stessa dei rapporti di potere, settori più ampi delle classi subalterne tendono a uscire dalla passività a cui sono spesso relegati. È in questo senso che il voto assume quel carattere “politico” alto, non perché trascenda i conflitti, ma perché li esprime in forma mediata.
Il ruolo del Mezzogiorno, e della Sicilia in particolare, si chiarisce ancora di più se letto in un’ottica che ritiene quest’area non alla stregua di un luogo geograficamente distinto, ma di una parte del Paese in cui i processi di accumulazione e sfruttamento si manifestano nella loro forma più esplicita e radicale, rivelandone il carattere profondamente diseguale. La subordinazione economica, l’emigrazione forzata, la debolezza dei servizi pubblici e la dipendenza da centri decisionali esterni rendono queste regioni un laboratorio in cui le contraddizioni del sistema emergono in forma più acuta. Il voto contrario, più netto che altrove, riflette dunque una maggiore esposizione materiale agli effetti di tali processi. Così ragionando, la “questione sociale” non si affianca ad altri elementi esplicativi, ma ne costituisce il fondamento strutturale, da cui dipende la configurazione stessa del risultato. Il rifiuto della riforma si intreccia con condizioni di vita segnate da precarietà lavorativa, compressione salariale, smantellamento progressivo del welfare e privatizzazione dei beni comuni. Non si tratta di dinamiche meramente contingenti, ossia legate a circostanze episodiche o transitorie, bensì di processi che rivelano una dimensione strutturale, in quanto si inscrivono stabilmente in una fase del capitalismo in cui la valorizzazione del capitale tende a realizzarsi sempre più attraverso la compressione dei diritti e il trasferimento sistematico di risorse dal lavoro al profitto.
Anche il riferimento alla realizzazione di grandi opere, alla militarizzazione dei territori e alle trasformazioni produttive può essere letto in questa chiave, trattandosi di momenti diversi di uno stesso processo di riorganizzazione dello spazio economico e sociale, funzionale alle esigenze dell’accumulazione. In questo contesto, le istituzioni tendono a essere modellate per garantire tali processi, riducendo gli spazi di conflitto e di controllo democratico. Il voto referendario appare allora come una forma di resistenza che, pur non ancora organizzata in senso pienamente consapevole, esprime un rifiuto di questa traiettoria. In altre parole, si tratta di una risposta che nasce da un’esperienza materiale diffusa e che trova nel momento elettorale un canale di espressione. Tuttavia, proprio per la sua natura ancora parziale e mediata, essa resta esposta al rischio di essere riassorbita. Pertanto il nodo problematico, come emerge dalle riflessioni di Cosentino e Rappazzo, consiste nella capacità di trasformare il malcontento sociale in progetto politico, altrimenti la contraddizione rischia di rimanere interna al sistema, alimentando al più dinamiche di ricambio tra gruppi dirigenti. In termini più espliciti, il passaggio da una reazione spontanea a un’iniziativa consapevole delle classi subalterne è tutt’altro che scontato, ma rappresenta la condizione per incidere realmente sui rapporti di forza. In definitiva, il significato più profondo del risultato referendario risiede nell’aver reso visibile una frattura: quella tra un assetto istituzionale sempre più orientato a rispondere alle esigenze del capitale e una parte rilevante della società che ne subisce gli effetti. Che questa frattura possa tradursi in un processo di trasformazione dipenderà dalla capacità di organizzarla e darle direzione. In assenza di ciò, anche una sconfitta significativa del blocco dominante rischia di rimanere un episodio, destinato a essere riassorbito nelle forme ordinarie della riproduzione del sistema.