C’è un filo rosso, robusto e inquietante, che unisce il destino delle nostre pensioni alla salute dei nostri corpi. È il filo della privatizzazione, del progressivo e metodico svuotamento dello stato sociale a favore dei mercati finanziari.
Un processo che avviene sotto i nostri occhi, nel silenzio complice di una politica e, purtroppo, di un sindacalismo maggioritario, incapaci di guardare al di là di uno schema frusto e sempre più perdente.
Il primo, drammatico fronte di questa ritirata pubblica è la previdenza. La narrazione dominante sulla sostenibilità del sistema pensionistico, le prospettive sempre più fosche per chi inizia a lavorare in questi anni, hanno spalancato le porte alla previdenza complementare; una prospettiva già in campo ma sinora tenuta ai margini del sistema nonostante tutto. I fondi di categoria, presentati spesso come scudo protettivo, si stanno trasformando nel cavallo di troia per un travaso di massa di risorse del lavoro. Di più, oggi si va decisamente verso i fondi aperti, pericolosi trattamenti personalizzati in cui i venti impetuosi della finanza internazionale possono devastare la vita dei futuri ritirati dal lavoro (in età avanzatissima).
Si punta esplicitamente al trasferimento integrale verso la speculazione: il contributo del lavoratore, la quota del datore di lavoro e, soprattutto, il Trattamento di Fine Rapporto (TFR), l’ultimo vero bastione di salario differito e garantito.
Tutto questo accade mentre la base imponibile della previdenza pubblica viene sistematicamente erosa da una giungla di bonus, detassazioni e meccanismi di welfare aziendale. Sostituire il salario reale con i “fringe benefit” significa una cosa sola: domani le pensioni pubbliche saranno misere. I grandi fondi d’investimento globali lo sanno e si sfregano le mani.
C’è un interesse gigantesco a fare man bassa di queste risorse liquide per riversarle sui mercati internazionali, spesso in asset speculativi e rischiosi, senza alcuna ricaduta positiva sull’economia reale del nostro Paese.
Questo identico schema si riproduce, persino in modo più aggressivo, nel settore della sanità. Il Servizio Sanitario Nazionale vive una crisi verticale, frutto di anni di sottofinanziamento scientifico. Oggi, con le risorse pubbliche colpevolmente distratte e indirizzate verso le spese per il riarmo e l’industria bellica, il collasso è accelerato. In questo vuoto programmatico si inseriscono i fondi e il “pilastro” della sanità integrativa, pronti a diventare i veri dominus del sistema.
Non si tratta più di “integrare”, ma di sostituire. Questo scenario troverà una spaventosa accelerazione con l’attuazione dell’autonomia differenziata: le Regioni avranno la facoltà legislativa di spingere ulteriormente l’acceleratore sulla privatizzazione, frammentando il diritto alla salute in base al censo e al territorio.
Qualcuno, sul versante del capitale, se ne è accorto da tempo e si sta già muovendo. Il caso del Piemonte è emblematico: ai tradizionali grandi gruppi della sanità privata italiana si stanno affiancando prepotentemente colossi della finanza globale e fondi sovrani stranieri, come quelli legati al Qatar. La salute dei cittadini piemontesi e italiani non è più un diritto costituzionale, ma una voce di bilancio nei portafogli di investimento di emirati d’oltreoceano.
Queste sono le precise tendenze, messe in atto da un governo inequivocabilmente interno alle richieste dei poteri ordinatori del capitale, in grado di ridicolizzare le ascendenze della destra sociale meloniana; significativamente, una chimera che sparisce quando si tratta di “fare sul serio”.
Meloni e soci smantellano pezzo per pezzo la coesione sociale del Paese, ma a fronte di questo, in particolare delle specifiche misure di cui abbiamo detto, l’opposizione del centro-sinistra semplicemente non esiste.
È un’assenza che si spiega con la perdurante impostazione di quelle forze politiche e del PD in particolare.
A mano a mano che le scadenze elettorali si avvicinano, l’imperativo categorico del centro-sinistra diventa quello di dimostrarsi “responsabile”. Una responsabilità che non si esercita verso i ceti popolari, ma verso i settori economici più influenti e finanziarizzati. Per ricevere il passaporto della governabilità, si sceglie di non disturbare i manovratori della finanza, avallando di fatto la privatizzazione dei diritti fondamentali.
Questa colpevole latitanza della sinistra di governo prepara la strada a un secondo tempo populista con una fortissima torsione a destra. Quando il pubblico abdica, il bisogno sociale non scompare: si trasforma in rabbia, solitudine e risentimento. Figure come Vannacci e le destre identitarie pescheranno sempre di più in questi bacini di disperazione. Parliamo di settori proletari e popolari, impoveriti, in via di smarrito impoverimento e privi di tutele, che da troppo tempo non riescono a connettere positivamente la propria drammatica condizione sociale a una rappresentanza politica efficace.
Se la sinistra offre solo compatibilità di mercato, la destra risponde con il feticcio dell’identità, della guerra tra poveri, del rancore contro l’ultimo arrivato. Il pericolo è del tutto evidente, ma totalmente sottovalutato da chi dice di voler combattere il fascismo risorgente. Il fascismo moderno non si combatte con gli appelli astratti alla democrazia o con la retorica antifascista, se poi si glissa su scelte ste privatizzano e finanziarizzano strategicamente gli assi principali dello stato sociale. Il terreno di coltura della destra reazionaria è la desertificazione sociale prodotta dal neoliberismo. A sinistra occorre un radicale cambio di rotta.
Non basta più segnalare con precisione clinica i disastri in corso. È necessario muoversi subito verso una risposta che sia efficace, credibile, immediatamente riconoscibile e fortemente connotata socialmente. Dobbiamo rimettere al centro l’indisponibilità sul mercato di parti decisive per uomini e donne: la salute, la previdenza, l’istruzione. Dobbiamo ricostruire una rappresentanza politica che parli il linguaggio del conflitto sociale e della redistribuzione della ricchezza. Solo riconnettendo la sinistra alle sofferenze materiali dei settori popolari potremo sbarrare la strada alla reazione e ridare dignità alla sfera pubblica. Il tempo a disposizione è quasi scaduto.