COP 30: il nefasto ritardo per clima e ambiente non uccide consapevolezza e determinazione delle lotte dal basso –  Tre domande a Mario Agostinelli

Mario Agostinelli, presidente dell’Associazione Laudato Sì, un’Alleanza per il clima, la cura della Terra, la giustizia sociale.

Roberto Cabrino: La COP 30 si è conclusa a Belèm con una serie di decisioni che dovrebbero rafforzare l’accordo di Parigi, inclusi nuovi strumenti per l’adattamento la giusta transizione e la cooperazione internazionale. Tuttavia, la conferenza è stata anche criticata per avere in qualche modo fallito nell’adottare una chiara roadmap per l’eliminazione dei combustibili fossili. Tu che pensi? Qual è il tuo giudizio complessivo su questa COP 30?

Mario Agostinelli: Direi che questa COP 30 va nella svolta reazionaria che è stata impressa in modo particolare da Trump, a cui, tra l’altro, la gran parte dell’Occidente aderisce. Il discorso di fondo è che che non è solo una svolta profonda degli Stati Uniti che si sono ritirati dall’accordo di Parigi, ma, ad esempio la stessa l’Italia ha avuto un ruolo decisamente negativo. Lo vediamo nel PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e Clima), nei progetti che di volta in volta arretrano nella sostanza. Tutte le dichiarazioni di impegno non vengono smentite ufficialmente, ma praticamente vengono fatte arretrare. La novità, credo, della COP 30 è il cambio di leadership. Non c’è più l’abbinata Europa unita a un certo consenso dall’altra parte dell’oceano, ma sono ormai Cina e i paesi Brics che governano, per fortuna, un passaggio che non può più essere fermato. Quando si pensa che la Cina dice nel 2026 produrrà un terawatt di sola rinnovabile, quando si sta pensando al decentramento dell’energia, si vede che la possibilità unica è quella di una enorme crescita delle rinnovabili, contrastate però da grandi poteri. Sulla carta ne esce frantumata l’ipotesi di Parigi e di questo bisogna tener conto. Siamo di fronte a uno scontro molto, molto pesante, in cui perdente in questo momento è la società civile, cioè le lotte dal basso.  Però a Belèm queste istanze si sono manifestate con grande nettezza. Chiunque sia stato a Belèm ricorda un processo di massa che viene e sorge non solo dall’ Amazzonia, ma dalle voci di mille parti del mondo, al punto che Lula ha deciso, per certi versi, di assumere una posizione anomala rispetto al futuro delle COP. Si darebbe il via a una specie di luogo di compensazione dove 80 paesi adotteranno delle decisioni che sono state battute da compromessi molto al ribasso. L’ idea di aver scritto allontanamento anziché fuoriuscita dai fossili la dice lunga. E’ una cosa vergognosa di fronte alla gravità del processo. Noi siamo già oltre il grado e mezzo, siamo quindi in una condizione di non ritorno. Tutta l’impostazione della COP reggeva sulla CO2. Noi dobbiamo essere spaventati dai tipping points, cioè da quelli che sono i punti di non ritorno a livello mondiale, ad esempio la glaciazione. Non basta solo dire se stiamo sopra il grado e mezzo, occorre pensare di quanto si solleveranno i mari, di quanto si sbiancheranno i coralli, agli incendi nelle foreste, al disastro che avviene giornalmente anche in Italia, dove un governo assolutamente imprevidente fa battaglie sull’arretramento addirittura della costituzione di democrazia sociale e in barba a fatto che il territorio è disastrato. Succedono continuamente degli avvenimenti insostenibili. Ecco: la parola sostenibilità è uscita frastornata da Belèm e io ne ho un giudizio molto negativo. Vedo in realtà non così negativa, invece, la prospettiva. A mio giudizio cresce un livello che io chiamo ‘dal basso’, nella percezione e nella coscienza della popolazione mondiale l’idea di abbandonare definitivamente i fossili, ma anche chi ci governa. Oggi chi ci governa non è in grado di affrontare la crisi più grande che abbiamo davanti, che è quella climatica. Questo aspetto, a mio giudizio, entrerà profondamente nelle politiche mondiali. Non credo che la battuta d’arresto di Belèm provochi molto più che un nefasto ritardo. Credo che le risorse a livello mondiale, per come le ho descritte, siano risorse su cui dobbiamo contare.

R.C.: Proviamo a fare un focus specifico su un’area del mondo che è l’Africa. Pur essendo una tra le regioni più colpite dagli effetti del cambiamento climatico ha spesso una voce limitata nelle decisioni che la riguardano. Tu ritieni che gli esiti di Belèm possano offrire qualche garanzia in più per i paesi africani o si è trattato anche stavolta di un’occasione persa?

M.A.: L’esito finale è un esito negativo. Quello che è successo, per ora, è che i paesi africani si sono tutti allineati a fianco del Brasile, Colombia e Brics. La Cina ha affermato, con modalità tipicamente cinesi, che la leadership ormai non sta più in Europa; l’ha detto in una maniera molto ostica, da noi poco diffusa perché evidentemente la cosa fa male. L ‘Africa conta su potenziale straordinario di rinnovabili, che mette a disposizione dell’iniziativa cinese.  Vediamo poi, finalmente, l’India che pensa di fondare sulle le rinnovabili anche lei una crescita più sostenibile e meno legata al carbone. Queste due novità, cioè quello che di fatto avviene nel sud del mondo, sono significative. L’Africa ha questa caratteristica: per la prima volta sono riuniti ad Addis Abeba tutti i rappresentanti dei governi africani e hanno adottato un criterio nuovo per i finanziamenti. Difatti l’unica cosa che davvero è nuova a Belèm è la ripresa del finanziamento dei paesi che hanno più bisogno di sostegno per la crisi climatica. Qui loro hanno modificato i meccanismi di finanziamento cioè li hanno resi meno disponibili alla corruzione, li hanno resi più integrati ai processi locali e hanno costruito delle filiere finanziarie che hanno la loro residenza non nelle banche del nord del mondo, ma nelle loro realtà finanziarie. C’è stata, quindi, una crescita di mentalità e di prospettiva sugli aiuti, che lascia ben sperare. Per la prima volta l’Africa ha battuto un colpo con le sue posizioni non più all’interno di una dimensione coloniale. Una cosa ancora: per l’Africa il sistema di approvvigionamento dell’elettrico in modo particolare favorisce la delocalizzazione. Sono le energie territoriali, le energie cooperative e sono decisive per lo sviluppo. Questo salta, grossomodo, tutto lo sviluppo industriale come l’abbiamo conosciuto noi, cioè prospetta uno sviluppo più decentrato e più legato all’energia rinnovabile anziché ai fossili.

R.C.: Ciò che hai appena detto mi dà il destro per formularti l’ultima domanda che riguarda le politiche energetiche del nostro Paese. Da una parte il nostro Governo stenta a riconoscere le emergenze ambientali che sono emerse alla COP 30 e dall’altra continua a esplorare l’opzione nucleare come parte del mix energetico del futuro. Tu come valuti l’insistenza del nostro Governo su questa tecnologia?

M.A.: Trovo questo Governo devastante nei fatti, cioè un Governo che arretra continuamente e che usa questa ‘allodola’ del nucleare per protrarre l’uso del gas. Meloni fa gli accordi con Trump sull’aumento di gas naturale liquido, lo shale gas dà un segno molto preciso. E’ l’ENI che comanda il futuro del nostro scenario energetico. Da questo punto di vista l’’abbellimento’ di questa posizione di profondo arretramento è dire: avremo un nucleare che ci costerà meno, che ci renderà più indipendenti e che sarà sostenibile. Così si dice una bugia spaventosa, addirittura imbarazzante. Ritengo il passaggio assolutamente deprecabile e l’abbiamo attaccato in un bellissimo convegno che si è tenuto sabato 22 novembre a Milano (Nucleare in Italia: quale futuro ci aspetta? Promosso da varie realtà associative, ambientaliste, scientifiche e civili N.d.R.)  dove c’è stata una grande partecipazione e una netta presa di posizione anche delle forze politiche che sono intervenute. Oggi la ‘dicitura’ del governo è smentibile a tutti i livelli, cioè il nucleare non è sostenibile. Si tratta di un’energia che genera effetti deleteri, effetti che hanno tempi che hanno durata storica, che è addirittura superiore a quella che noi concepiamo all’interno della nostra valutazione dei tempi. Non abbiamo nulla di nuovo sulle scorie, cioè queste sono non solo pericolosissime, ma durano centinaia di migliaia di anni. Noi impegniamo questa generazione a precludere il futuro di centinaia di generazioni successive! Non c’è quarta generazione nel nucleare, questa è una bugia spaventosa e poi non interveniamo col nucleare sull’emergenza climatica. Se l’emergenza climatica si deve risolvere da qui al 2040, 2050, beh… il nucleare non è pronto, non c’è un nuovo nucleare dentro i tempi della crisi energetica da affrontare. Questo è un tema di un’importanza straordinaria e va aggiunto, oggi, alla grande sensibilità della popolazione che soffre di povertà energetica. Sono molti i cittadini italiani che non arrivano a fine mese senza avere un pensiero grave riguardo alla bolletta. Oggi il nucleare costa quattro volte più delle rinnovabili e noi abbiamo visto la Spagna, ad esempio, abbiamo visto la Germania che con un tasso di crescita sensibile delle rinnovabili diminuiscono il costo dell’energia. Il nucleare costa dai 170 ai 200/220 euro al megawattora e in più è assolutamente non flessibile, quindi non è modulabile. Le rinnovabili con i pompaggi, i serbatoi, le batterie sono già oggi posizionate a 40 euro al megawattora e dico questo parlando di aste che sono state vinte in questo momento a livello internazionale. Il nucleare anche dal punto di vista politico è qualcosa di non democratico, è qualcosa di verticale, quindi questa idea di fare 100 mini reattori In Italia è del tutto impraticabile. Bisognerebbe chiedere alle popolazioni come possono recepire degli impianti che sono insostenibili. Non è un caso che la norma di Picchetto Fratin dica che la decisione per localizzare il nucleare deve essere presa a livello centrale, senza coinvolgimento né dei comuni né delle regioni, attraverso una proposta dall’alto con funzione addirittura di variante urbanistica.