L’epilogo della saga Agnelli-Elkann, che si consuma oggi anche tra aule di tribunale per eredità contese e la dismissione degli ultimi asset editoriali, non è solo la fine di una dinastia, ma il fallimento di un intero modello di capitalismo relazionale italiano. La vendita dei giornali del gruppo GEDI rappresenta l’ultimo atto di un disimpegno che ha radici profonde: la trasformazione di una famiglia di industriali in una casta di finanzieri apolidi, privi qualsivoglia senso di responsabilità sociale verso il Paese che li ha nutriti, soprattutto con risorse delle classi popolari.
Il vizio d’origine è profondo. Se si scava alle radici si trovano ombre inquietanti: dalla scalata di Giovanni Agnelli alla FIAT ai danni del socio fondatore Emanuele Cacherano di Bricherasio, sino all’acquisizione della Stampa nel 1926, strappata al fondatore Alfredo Frassati con le pressioni del regime Fascista. Quelli che oggi appaiono come “scippi” finanziari sono l’evoluzione moderna ti un metodo antico.
Per un secolo il patto tra gli Agnelli e l’Italia è stato a senso unico. Attraverso FIAT la famiglia ha beneficiato di un sostegno pubblico senza precedenti: cassa integrazione perpetua, incentivi alla rottamazione pagati dai contribuenti, infrastrutture disegnate su misura e salvataggi di Stato, con quest’ultimo che ha perso tutte le occasioni per arrivare a una nazionalizzazione che guardasse al futuro, ad esempio alla mobilità collettiva.
Ogni volta che il profitto era a rischio i costi venivano socializzati; quando invece c’erano utili, questi invece prendevano la strada delle holding estere, da Torino ad Amsterdam, sino ai paradisi fiscali.
L’ascesa di John Elkann ha accelerato questo processo di desertificazione industriale. La fusione in Stellantis, celebrata come un’operazione globale, si è rivelata nei fatti l’annessione della tecnologia e della produzione italiana da parte francese. Mentre gli stabilimenti storici come Mirafiori si trasformano in musei del declino o del riciclo, la testa e il cuore stanno ormai altrove. La responsabilità sociale, sbandierata nei patinati bilanci di sostenibilità, stride con la realtà di migliaia di operai ridotti a variabili d’aggiustamento e con un indotto ridotto allo stremo.
L’uscita dall’editoria è l’ultimo tassello di questo sganciamento. Per decenni il controllo dei media è servito come scudo protettivo, uno strumento di pressione politica per garantire il mantenimento dei privilegi e delle rendite di posizione. Una volta svuotata l’industria e messa in sicurezza la cassaforte di famiglia, anche l’informazione diventa un peso di cui disfarsi, un costo inutile per chi ha altri interessi: dalla finanza alla sanità privata sino alle tecnologie militari e di controllo dei dati di Palantir.
Il paradosso finale è rappresentato dalla squallida guerra ereditaria che vede contrapposti madre e figli. Mentre il Paese affronta una crisi sociale e industriale sistemica, dentro un clima di crescente militarizzazione, l’attenzione della dinastia è assorbita da una faida di quadri d’autore e conti offshore, in totale indifferenza verso il destino di lavoratrici e lavoratori che sono stati determinanti per costruire quella stessa ricchezza. La storia degli Agnelli-Elkann si chiude lasciando dietro di sé un deserto su cui la politica, sempre molto incline ad accontentare i loro desiderata tanto a destra quanto a sinistra, non ha molto da dire.
L’attore pubblico ha foraggiato per decenni un padronato che, al primo segnale di tempesta, ha preferito il paracadute d’oro della finanza globale al dovere, non dico morale, parola desueta per un capitalismo da sempre amorale, ma almeno relazionale di restare e investire. Quello che resta, invece, è il ritratto baconiano di una vicenda collettiva, quella popolare, operaia, che per il suo sacrificio non merita neanche un addio.
Mentre i profitti migrano e le fabbriche tacciono, spetta a noi – e non a una politica troppo spesso acquiescente – provare a scrivere un futuro diverso, dove la dignità del lavoro prevale attraverso una lotta che la rivendica come fondamentale.