Se la terra brucia e il potere si volta di là, la casa comune è nelle mani di chi lotta per una alternativa

Il 27 marzo non è solo una data sul calendario, è un urlo che sale dalle nostre città e dalle vene ferite del pianeta. Mentre migliaia di giovani tornano in piazza per lo sciopero per il clima, l’aria che respiriamo non è solo carica di particolato, ma di un’ipocrisia politica che ha superato il livello di guardia. 

C’è un divario spaventoso, un abisso morale, tra la vitalità di chi chiede un domani abitabile e il cinismo di chi, nei palazzi del potere, sta svendendo quel domani al miglior offerente fossile.

In Italia, la maschera è caduta da tempo. Il governo in carica, con il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, sembra agire come il curatore fallimentare della transizione ecologica.

Invece di puntare sulle rinnovabili fatte bene — le uniche vere fonti di libertà e pace energetica — si preferisce indulgere nel feticismo dei combustibili fossili e in un ritorno di fiamma, tanto anacronistico quanto pericoloso, per il nucleare. Si spacciano per nuove tecnologie vecchie, ignorando pericolosità, costi esorbitanti, tempi di realizzazione biblici e il problema mai risolto delle scorie. È un gioco di prestigio per non cambiare nulla, per mantenere intatti i profitti di chi ha banchettato sulle risorse del pianeta.

Ma lo sguardo non può fermarsi ai confini nazionali. A Bruxelles, Ursula von der Leyen sta guidando un’Europa che sembra aver smarrito la bussola del Green Deal. La sua apertura al nucleare europeo, inserito con forzature tattiche tra le fonti sostenibili, è un tradimento delle promesse fatte alle nuove generazioni.

E il silenzio assordante della maggioranza che la sostiene è complice. Tutti accodati, tutti a lasciar correre per tenere in piedi una compagine sempre più in crisi , con la lodevole ma isolata eccezione della Spagna, che prova a resistere al richiamo della foresta atomica.

E in Italia? Nel campo progressista la timidezza si fa paralisi. Non basta dichiararsi ecologisti a favore di telecamera se poi, nelle azioni concrete, manca il coraggio di una rottura netta con un atteggiamento che ha il liberismo economico l’ elemento cardine, indiscutibile. C’è una sorta di sequestro intellettuale e politico che impedisce di mettere l’ecologia radicale al centro dell’agenda: si insegue il consenso immediato, che si vuole tenuto insieme dal famoso adagio del “ma anche” dove di fatto hanno la meglio interessi che considerano l’ ambiente come una esternalità fastidiosa. Non si costruisce così la possibilità di una giustizia sociale e climatica futura.

In questo scenario, il legame tra crisi climatica e venti di guerra diventa indissolubile. Chi sostiene la via delle armi non sta solo alimentando morte e distruzione immediata, ma sta sferrando un colpo mortale all’ecosistema. La guerra è, per definizione, l’attività più inquinante dell’umanità: emissioni colossali, terre avvelenate per generazioni, risorse immense sottratte alla sanità e alla scuola per essere bruciate in esplosivi.

Sostenere il conflitto, i conflitti, significa accelerare l’apocalisse climatica. Non esiste transizione ecologica in un mondo in guerra.

Per questo, venerdì 27 marzo, scendere in piazza è un atto di resistenza. È dire a Pichetto Fratin, a von der Leyen, al progressismo compatibilista , che non accetteremo il loro “business as usual”. Le motivazioni di chi sciopera sono profonde, radicate nel diritto alla vita. La Terra non appartiene a chi la sfrutta, ma a chi la abita. E noi, oggi, siamo qui per ricordare che il tempo non è scaduto, ma la nostra pazienza sì.

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