Mentre i palazzi della politica si preparano a srotolare il tappeto rosso per la “Giornata Nazionale del Made in Italy” del prossimo 15 aprile 2026, nelle campagne italiane il clima è tutt’altro che festoso. Dietro il paravento dorato delle eccellenze agroalimentari, del “saper fare” e dell’estetica del piatto pronto per il mercato globale, si nasconde una crisi di sistema che non può più essere ignorata. Celebriamo il marchio, ma stiamo uccidendo chi lo produce.
In questa data simbolica, scelta per onorare la nascita di Leonardo da Vinci, faremmo bene a chiederci se il genio rinascimentale approverebbe l’attuale deriva: un’agricoltura ridotta a fornitrice di materia prima anonima per un’industria trasformatrice che si appropria di tutto il valore aggiunto.
Come sottolineato con forza da Gianni Fabbris, portavoce di Altragricoltura, esistono sei domande fondamentali che il sistema politico e le grandi confederazioni agricole continuano pervicacemente a non evadere.
Il “Made in Italy” agricolo è oggi un involucro vuoto se non rispondiamo a questi interrogativi cruciali:
Chi ha deciso che il commercio vale più della terra? Oggi il valore si ferma nelle tasche della grande distribuzione e degli intermediari finanziari, mentre agli agricoltori restano solo i costi di produzione e i rischi.
Perché il Made in Italy può vivere senza i nostri contadini? Stiamo assistendo a un paradosso: il marchio cresce, ma le aziende agricole chiudono a migliaia. Si tutela il nome del prodotto, non la sopravvivenza di chi lo coltiva.
Quale sovranità alimentare difendiamo se svendiamo i suoli? Tra fotovoltaico a terra fatto senza criterio e cementificazione, l’Italia perde ettari di terra fertile ogni giorno, rendendoci sempre più dipendenti dalle importazioni.
A chi serve un modello che favorisce solo le grandi filiere? Le politiche agricole attuali sembrano scritte per i giganti dell’agroindustria, emarginando l’agricoltura contadina e di prossimità che è la vera custode della biodiversità.
Perché i prezzi al consumo salgono mentre quelli alla produzione crollano? È la prova regina di una speculazione strutturale che colpisce cittadini e agricoltori.
Quale futuro per i giovani se il lavoro agricolo è ridotto a pura fatica sottopagata? Senza un reddito garantito e dignitoso, il ricambio generazionale resta uno slogan da convegno.
Il rischio è che il 15 aprile si trasformi in un’operazione di puro marketing di Stato. Se il Made in Italy diventa solo un’etichetta apposta su materie prime che viaggiano per migliaia di chilometri, perdendo il legame con il territorio e la stagionalità, allora non è altro che un inganno.
La retorica dell’eccellenza non può nascondere il fatto che molti dei nostri prodotti “tipici” sono ormai sganciati dalla reale capacità produttiva delle nostre campagne.
Siamo di fronte a un bivio: continuare a nutrire un modello che spreme la terra e chi la lavora per alimentare l’export, o invertire la rotta verso una vera Sovranità Alimentare. Quest’ultima non significa protezionismo becero, ma il diritto delle comunità di decidere il proprio sistema alimentare e produttivo, mettendo al centro la dignità del lavoro e la salute del territorio.
Il 15 aprile non ci servono medaglie, ma risposte. Finché quelle sei domande di Altragricoltura rimarranno nel cassetto dei ministri, la giornata del Made in Italy resterà solo la celebrazione di un sistema che sta mangiando se stesso.