Eric Gobetti, storico
Eric ha da poco pubblicato per i tipi di Utet il volume Il nostro terrorismo. A partire da questa occasione lo abbiamo incontrato per approfondire alcuni aspetti del suo lavoro.
Intervista a cura di Alberto Deambrogio
Alberto Deambrogio: Nel libro tu parli di “strabismo propagandistico” nell’uso del termine terrorismo. Come cambia la nostra percezione storica se smettiamo di usare questa parola solo per “l’altro” e iniziamo ad applicare gli stessi criteri oggettivi anche alla storia dell’Unità d’Italia o alle nostre campagne coloniali?
Eric Gobetti: C’è un evidente uso propagandistico del termine, fin da quando è stato coniato. Io cerco di dargli un significato oggettivo, in modo da poterlo applicare a ogni fenomeno storico, per valutare quali atti possano essere considerati realmente terroristici e quali no, e operare distinzioni che mi appaiono rilevanti sia politicamente che umanamente e moralmente. Ovviamente la mia è un’interpretazione che non dev’essere per forza condivisa, ma non è frutto di una visione ideologica: parto da dati oggettivi e da considerazioni in merito a eventi su cui non ci sono molti dubbi. Le modalità repressive adottate dall’esercito italiano nei contesti coloniali o para-coloniali (come la lotta al brigantaggio, per esempio) sono ben note, come sappiamo più o meno quanti sono i morti civili inermi frutto di quelle pratiche. Sulla base dunque delle modalità operative, degli obiettivi espressi dai comandanti politici e militari e degli effetti sulle popolazioni, si deve onestamente ammettere che molte di quelle pratiche sono state terroristiche.
A.D.: Tu sostieni che nella storia italiana la violenza e il terrore siano stati spesso la regola piuttosto che l’eccezione. Qual è l’episodio della nostra storia “ufficiale” che più fatichiamo a riconoscere come atto terroristico secondo i parametri che lei propone nel libro?
E.G.: Ė evidente e anche logica la difficoltà di riconoscere pratiche che giudichiamo moralmente inaccettabili quando esse vengono compiute in nostro nome o dalla parte con cui ci identifichiamo. Tutto dipende quindi da quale parte consideriamo “nostra”, con cosa o chi ci identifichiamo. Le istituzioni italiane hanno da sempre rifiutato di ammettere che pratiche di terrore operate dall’esercito e dalle forze di polizia italiane in nome dell’Italia possano essere considerate terroriste. Come tutti, anche io ho una collocazione identitaria molto variegata, ma certo mi sento più vicino all’antifascismo e alla Resistenza, ad esempio, che all’identità nazionale italiana. Dunque io personalmente faccio più fatica ad ammettere i crimini commessi in nome dell’antifascismo e in particolare il terrorismo partigiano della seconda guerra mondiale, che è stato un fenomeno minoritario, molto saltuario, infinitamente meno grave di quello, strutturale, delle forze fasciste e naziste, eppure c’è stato. Nel libro ne parlo, senza infingimenti, ma lo colloco nel contesto di violenza brutale che caratterizzava gli avversari della Resistenza, non per giustificarlo, ma per comprenderne le ragioni, che sono diametralmente opposte: i partigiani hanno ucciso anche civili innocenti in un estremo tentativo di combattere una violenza che stava devastando il paese e terrorizzando l’intera popolazione italiana da decenni.
A.D.: Uno degli snodi più delicati del libro riguarda la distinzione tra lotta partigiana, sabotaggio e violenza di massa. In un’epoca di polarizzazione estrema, come può la ricerca storica fornire strumenti per distinguere la legittima resistenza dall’atto terroristico senza cadere nel relativismo o nella giustificazione della violenza?
E.G.: Io cerco di fornire strumenti oggettivi: lo scopo di una data operazione, il metodo utilizzato, la volontà di colpire civili inermi, l’effetto di terrore suscitato in uno specifico gruppo umano. Questi sono gli elementi che vanno analizzati per comprendere in quale categoria inserire un dato fenomeno storico o uno specifico atto violento. Le purghe staliniane hanno lo scopo di terrorizzare intere categorie di cittadini sovietici (i cosiddetti “kulaki”, i presunti oppositori politici, i leader invisi a Stalin…) e diffondono un clima di terrore in tutta la società. Analogamente accade alle pratiche di violenza fascista e nazista, che colpiscono alcune categorie di individui (oppositori, ebrei, ecc.) ma creano un clima di terrore in tutto il paese. Ciò non significa equiparare i totalitarismi, come viene spesso fatto, in un’unica indistinta categoria di “male”, ma vanno identificate queste similitudini. Ugualmente si può dire che la Resistenza italiana abbia operato militarmente per la liberazione del paese, tanto quanto altri movimenti partigiani che magari avevano obiettivi che giudichiamo meno nobili o hanno adottato più spesso il metodo terroristico. Dobbiamo spogliarci delle visioni ideologiche che abbiamo interiorizzato, se vogliamo provare a usare di nuovo questa parola in un senso non propagandistico.