Il ricatto energetico e l’Europa dei contabili guerrafondai: perché il piano Fitto è una vera vergogna contro società e ambiente

La proposta del ministro Raffaele Fitto di stornare i fondi di coesione e del Fondo per la Transizione Giusta (JTF) per tamponare l’emergenza energetica italiana è il termometro esatto del nostro fallimento strategico. Non una novità assoluta, perché ormai è diventato consuetudine usare quei fondi per finalità molto diverse da quelle che dovrebbero essere quelle istituzionali.

Si tratta dunque non di una scaltra manovra di bilancio, ma di un atto di cannibalismo economico sociale. Svestiamo i panni della programmazione a lungo termine per coprire le falle di un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Il Fondo di coesione e i soldi della transizione ecologica nascono per colmare i divari strutturali del Paese e per proiettare territori fragili, come il nostro Mezzogiorno, verso un futuro sostenibile. Usarli come un bancomat per pagare le bollette correnti significa ipotecare il domani in nome di un presente asfittico.

Cosa fanno l’Italia e l’Europa di fronte a questa crisi strutturale? Nulla che possa definirsi lungimirante. La risposta di Roma e Bruxelles è puramente e perfettamente emergenziale. Si rincorrono sussidi e si stringono accordi commerciali improvvisati, spacciandoli per “sovranità energetica”. In realtà, stiamo assistendo alla totale rinuncia a esercitare un ruolo politico globale.

L’Europa ha abdicato, e continua a farlo testardamente con buona pace delle principali famiglie politiche socialisti e PD nostrano, a un possibile ruolo politico e diplomatico, rifiutandosi di essere un motore di pace e di mediazione nei conflitti geopolitici che incendiano i suoi confini.

Invece di promuovere opzioni di pace stabili che contribuiscano a riequilibrare i mercati, il nostro continente ha scelto l’allineamento cieco con l’ opzione bellicista, sempre più pericolosa e sempre più in bilico sul terreno di una escalation che nessuno saprebbe come fermare.

Questa paralisi politica ci condanna a una dipendenza paradossale e costosissima: quella, per esempio, dal gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dagli Stati Uniti.

Compriamo una materia prima estratta con tecniche d’impatto devastante, liquefatta, trasportata su navi transoceaniche e infine rigassificata nei nostri porti a prezzi esorbitanti. È un suicidio economico travestito da solidarietà atlantica.

Ci siamo incatenati a un mercato speculativo oltreoceano solo perché una ideologia sempre più in crisi ha sostituito un semplice buon senso geopolitico, utile non solo per il portafoglio, ma per tentare di sostanziare un mondo diverso, più equilibrato.

Perché continuiamo a punirci da soli, rifiutando di riaprire una via di dialogo a Est? Esiste il tabù della rottura totale con i canali eurasiatici, che ci impedisce di guardare alla realtà geografica ed economica.

Un’Europa autonoma dovrebbe pretendere la pace proprio per riattivare corridoi di approvvigionamento stabili e convenienti, indispensabili, tra l’ altro, per non far morire la nostra manifattura. Sostenere che la sicurezza passi dal legarsi mani e piedi a Washington è una menzogna strutturale.

La vera sicurezza energetica si ottiene con la diversificazione meno costosa nell’ immediato, con un impulso verso le energie rinnovabili ben fatte e non verso un nucleare pieno di problemi, con la pace geopolitica e con gli investimenti industriali sul territorio decisi democraticamente con le comunità locali.

Smantellare il Fondo di coesione per finanziare questa dipendenza non è una soluzione: è la certificazione della nostra resa economica e politica.

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