Esiste un’ansia diffusa, che attraversa i dibattiti sui social e le colonne della stampa per così dire progressista, legata alla possibilità che l’attuale gestione del potere da parte delle destre possa protrarsi oltre la legislatura in corso. I danni prodotti in ogni ambito – e in particolar modo l’allarmante torsione in senso repressivo del sistema – sono evidenti e profondi. Nessuna persona dotata di onestà intellettuale e buon senso mette in discussione la necessità politica di allontanare questo blocco reazionario dalle istituzioni. Se dipendesse da una mera scelta di igiene democratica, certe derive non dovrebbero trovare cittadinanza nemmeno nei banchi del Parlamento.
Tuttavia, focalizzare il problema esclusivamente sulla scadenza elettorale significa commettere un errore di prospettiva fatale. La crescita di consensi attorno a figure come il generale Vannacci e i movimenti correlati ne è la conferma: una galassia che, con ogni probabilità, finirà per saldarsi alla coalizione di centro-destra per blindare la prossima stagione di governo. Il vero nodo della questione non è se battere la destra, ma come e se lo strumento elettorale, da solo, sia strutturalmente capace di assolvere a questo compito.
La risposta, se si analizzano i fatti con rigore storico e sociologico, è negativa.
La metamorfosi culturale e la guerra tra poveri
Se il problema fosse puramente numerico, basterebbe un travaso di consensi fondato su solide radici ideologiche. Ma lo scenario odierno è radicalmente diverso: assistiamo agli esiti di una trasformazione culturale profonda, che ha colonizzato le coscienze nell’arco di decenni.
Frazioni consistenti di classi sociali fragili – quelle che storicamente avremmo definito proletariato – sono state progressivamente fagocitate dalla logica del “nemico”. È stata introiettata una narrazione distorta secondo cui le difficoltà materiali, la precarietà e l’assenza di tutele non dipendono dai meccanismi di sfruttamento di chi sta in alto, bensì da chi sta ancora peggio, all’ultimo gradino della scala sociale.
Dietro la formula propagandistica del “Prima gli italiani” si nasconde un’ideologia suprematista e un razzismo strutturale, che non si limita alla discriminazione di pelle o nazionale, ma si articola per censo, provenienza e persino confessione religiosa. Questa subcultura xenofoba, talvolta cavalcata apertamente, talvolta tollerata o sdoganata attraverso operazioni di revisionismo storico (con gravi responsabilità del PD in particolare), ha ridefinito l’identità sociale: la coscienza di classe è stata sostituita dalla logica della fazione e dell’esclusione. Su questo terreno hanno prosperato, in successione e per vasi comunicanti, la Lega, Fratelli d’Italia e, oggi, le nuove frange radicali alla Vannacci.
Il vicolo cieco del centrosinistra e l’astensionismo
Pensare che una semplice alchimia elettorale possa eradicare un’incultura così profonda è pura ingenuità. Al contrario, un eventuale esecutivo di centrosinistra che si limitasse a gestire l’esistente produrrebbe l’effetto opposto. La natura intrinsecamente neoliberista di quel campo politico, l’accettazione acritica dei vincoli economici imposti dall’Unione Europea e la prosecuzione delle politiche di austerità non farebbero altro che alimentare il risentimento sociale, moltiplicando i consensi della destra più reazionaria al turno successivo.
A questo quadro si aggiunge la variabile geopolitica: il fattore bellico. La guerra rappresenta oggi il principale discrimine politico, e ampi settori del centrosinistra si attestano su posizioni persino più oltranziste (copia incolla della von der Leyen) del centro-destra nel sostenere l’escalation militare contro la Russia, alienandosi ulteriormente il sentimento di un elettorato che chiede pace e sicurezza e giustizia sociale.
Il sistema bipolare attuale viene così percepito da una fetta enorme di cittadini (50%) come un meccanismo ingannevole: un impianto che garantisce l’alternanza formale dei leader ma impedisce il cambiamento reale delle politiche strutturali. Il risultato è lo scollamento totale tra istituzioni e Paese reale, che si traduce storicamente nel rifiuto del voto e nell’astensionismo di massa.
Rovesciare l’ordine delle priorità ossia la rivoluzione culturale
La situazione è complessa e non consente facili ottimismi, ma la consapevolezza della gravità dello scenario non deve tradursi in rassegnazione o accettazione passiva. Questo sistema non è né inviolabile né immutabile. Ciò che serve non è un cartello elettorale dell’ultimo minuto, ma un progetto alternativo, radicale e profondo, capace di rimettere in moto il motore del cambiamento sociale in una rinnovata coscienza di classe.
È necessaria una vera e propria “rivoluzione culturale” che inverta la gerarchia dei valori dominanti, ponendo al centro la persona e i suoi diritti universali – civili e sociali – e non il profitto o la prevaricazione capitalistica.
Questo percorso non si costruisce nei palazzi della politica o nei talk-show, ma si sviluppa attraverso le lotte concrete, la ricostruzione dei legami di solidarietà, la presenza costante nei quartieri popolari e nei luoghi di lavoro.
Le elezioni non possono essere il punto di partenza; esse rappresentano esclusivamente l’approdo finale di un processo di riattivazione sociale e di un conseguente progetto politico strutturato. Se si sceglie di mettere la scadenza elettorale davanti al lavoro culturale e sociale, la sconfitta è già scritta nei fatti.