Il recente via libera della Camera al disegno di legge “Coltiva Italia” viene sbandierato dal governo come la svolta epocale per il nostro settore primario.
Sul piatto c’è un miliardo di euro destinato, nelle intenzioni del Ministero, a sovvenzionare le filiere strategiche, spingere la digitalizzazione e favorire il ricambio generazionale. Ma dietro la narrazione trionfale della sovranità alimentare di facciata si nasconde una realtà ben diversa, drammaticamente lucida: i soldi ci sono, ma a chi vanno davvero?
Il rischio reale è che queste risorse si disperdano nei meandri della burocrazia, tra contratti di filiera verticali e digitalizzazioni forzate, senza mai toccare il vero cuore del problema: il reddito reale di chi produce.
A sollevare il velo di ipocrisia sul provvedimento sono le dure critiche espresse da Altragricoltura e dal suo portavoce Gianni Fabbris, secondo cui le performance commerciali e l’export agroalimentare continuano a crescere, ma la ricchezza non viene redistribuita, lasciando i produttori schiacciati tra costi di produzione stellari e prezzi all’origine scandalosamente bassi.
Il primo anello della catena, il lavoratore della terra, si ritrova così paradossalmente impoverito all’interno di un sistema che dichiara di volerlo proteggere, ma che nei fatti favorisce la grande distribuzione organizzata e i grandi gruppi industriali. Non basta, dunque, opporsi.
Occorre ribaltare la logica del provvedimento e rilanciare con forza le proposte che il movimento dei contadini e dei produttori porta avanti da tempo. La vera sovranità alimentare non si misura con i droni o con l’intelligenza artificiale nei campi, ma con la dignità del lavoro e la tutela del territorio.
Per questo motivo, è urgente mettere in campo tre proposte concrete e non più rimandabili:
- Trasparenza e garanzia del reddito: serve l’introduzione di un meccanismo stringente sul prezzo minimo garantito che copra interamente i costi medi di produzione. Non si può permettere che la Gdo continui a speculare sulla pelle dei produttori. I contratti di filiera devono smettere di essere cappi al collo imposti dall’agroindustria e diventare strumenti di vera cooperazione paritaria.
- Riforma degli aiuti e agroecologia: i finanziamenti pubblici non devono premiare le rendite fondiarie o la logica industriale della superficie. È necessario un tetto massimo ai sussidi per azienda e il sostegno diretto a chi pratica un’agricoltura di territorio e di prossimità. Difendere la biodiversità significa finanziare il cibo artigiano e contrastare i modelli intensivi estrattivi che desertificano le nostre campagne.
- Accesso democratico alla terra: il ricambio generazionale non si fa regalando debiti ai giovani contadini, ma garantendo un reale accesso democratico ai terreni agricoli, a partire dal recupero delle terre incolte o abbandonate sottratte alle speculazioni cementizie e affidate a progetti di comunità agroecologiche.
Coltiva Italia rischia di essere l’ennesima occasione sprecata, una pioggia di fondi che arricchirà i soliti noti lasciando le campagne con la morte nel cuore.
È tempo di unire le forze in una grande costituente per la solidarietà ambientale e la difesa dei diritti del cibo. Solo rimettendo al centro la terra, i diritti di chi la lavora e una democrazia alimentare partecipata potremo costruire un futuro che sia davvero degno di questo nome per tutti.
Leggi anche:
Appunti per la nuova questione del cibo. Ripartire dalla terra per ricostruire il futuro del Paese –