L’iniziativa promossa dalla Federazione di Roma, Castelli e Litoranea di Rifondazione Comunista sulla “città pubblica” ha avuto un merito: riportare al centro del confronto politico romano una questione decisiva, troppo spesso rimossa soprattutto da quelle forze che operano in uno spazio di compatibilità, cioè la privatizzazione progressiva della città, la subordinazione delle scelte urbanistiche e sociali agli interessi dei grandi gruppi immobiliari e finanziari, la trasformazione di spazi, servizi e beni comuni in terreno di valorizzazione privata.
In una Roma segnata dall’emergenza abitativa, dalla crisi dei trasporti, dal degrado dei servizi pubblici, dalla pressione della rendita e da un modello di sviluppo che espelle i ceti popolari dai quartieri, il richiamo alla necessità di “riprendersi la città pubblica” non è uno slogan. È il terreno su cui misurare l’operato dell’amministrazione capitolina e, soprattutto, il punto da cui partire per costruire un’opposizione sociale e politica vera, capace di contrastare il blocco di potere che oggi governa Roma. E che si è candidato a governarla ancora.
L’incontro del 3 luglio ha avuto anche il pregio di mettere attorno allo stesso tavolo forze politiche, comitati e soggetti sociali diversi, dando voce a sensibilità e critiche che in città esistono ma che raramente trovano uno spazio comune di confronto. Alcuni interventi hanno anche posto questioni condivisibili sul rapporto tra trasformazioni urbane, interesse pubblico, sostenibilità e diritti sociali. È un dato positivo, perché segnala che nella città cresce un disagio reale verso un modello fondato sulla rendita, sulla speculazione e sulla marginalizzazione dell’interesse collettivo.
Ma proprio qui si apre il nodo politico decisivo. Se questa iniziativa dovesse tradursi davvero in un appello rivolto alla giunta Gualtieri, simile a quello che già sta circolando in rete, perché corregga il proprio indirizzo, allora bisogna dirsi con chiarezza che questa prospettiva non regge ed è sbagliata. Non esiste alcuna emendabilità della giunta Gualtieri. Continuare a coltivare questa illusione significa spostare il problema invece di affrontarlo e, in ultima analisi, offrire una sponda di sinistra a un progetto politico che va in direzione opposta agli interessi popolari. Ed esserne complici.
Non si tratta di un giudizio astratto o pregiudiziale. Si parla del ministro dell’Economia del secondo governo Conte, cioè di uno dei protagonisti della gestione del PNRR e del rapporto con i grandi interessi economici e finanziari che hanno accompagnato quella fase. Pensare che una figura con questo profilo possa oggi rappresentare un argine alla penetrazione dei grandi capitali privati nella città non è credibile. Al contrario, proprio il suo percorso politico e istituzionale aiuta a spiegare perché Gualtieri sia il profilo ideale per accompagnare l’ingresso dei grandi fondi e dei grandi investitori nella trasformazione di Roma in una città sempre più piegata alla rendita, sottomessa alla speculazione e alle cosiddette rigenerazioni urbane.
Per questo il problema non è “convincere Gualtieri a cambiare” , a cercare di fare qualcosa di più sociale (potremmo, su questo, lungamente discutere di quanto sociale sia il “social-housing” ad esempio), ma prendere atto che l’indirizzo di questa giunta è già chiaro e va combattuto politicamente. Le scelte che si annunciano sul terreno urbanistico, sociale e territoriale-ambientale non sono errori di percorso correggibili con qualche pressione esterna: sono il prodotto coerente di un’idea di città e di governo che mette al centro grandi investimenti, rendita e valorizzazione immobiliare, non il diritto all’abitare, il rafforzamento del pubblico, la tutela del territorio e i bisogni sociali.
Se si parte da questa consapevolezza, allora la questione non può essere una “pressione” a Gualtieri, ma la costruzione di un’alternativa politica autonoma, di opposizione e di rottura. La posizione più coerente non è chiedere una generica correzione di rotta, o di spostare la barra del timone un po’ più a sinistra, ma affermare che questa esperienza amministrativa va contrastata fino in fondo e che tutte le forze politiche e sociali che dichiarano di non condividerne l’impianto dovrebbero smarcarsi fin da ora dalle liste e dalle coalizioni che sosterranno la rielezione di Gualtieri. Perché il punto di verità è semplice: chi appoggerà Gualtieri appoggerà anche tutto ciò che la sua riconferma renderà possibile nei prossimi anni, sul piano urbanistico, sociale e ambientale.
Se si ritiene che Roma non debba essere svenduta ai grandi interessi privati, allora non basta esercitare una moral suasion sul centrosinistra romano: occorre costruire un fronte politico, civico e sociale che si collochi apertamente fuori e contro la traiettoria della giunta Gualtieri e che provi a rappresentare un’altra idea di città, fondata sulla rottura con la rendita, sul primato del pubblico, sul diritto all’abitare, sulla difesa del territorio e sulla sottrazione dei servizi e del patrimonio urbano alle logiche del mercato.
Anche perché sulle elezioni comunali non vale, negli stessi termini, il ricatto del “fronte democratico” contro le destre. Il sistema del ballottaggio consente di misurare al primo turno una proposta autonoma, alternativa sia alla destra sia a un centrosinistra ormai pienamente interno alle compatibilità liberiste e alle logiche della governance urbana fondata sul primato del mercato. Questo non significa sottovalutare il pericolo della destra, ma rifiutare che la sua esistenza diventi il pretesto per subordinare ogni opposizione sociale e politica a chi, nella sostanza, governa Roma dentro lo stesso orizzonte di privatizzazione, rendita e centralità degli interessi forti.
Il limite dell’iniziativa del 3 luglio sta semmai nel fatto che su questo passaggio permane ancora un’ambiguità da sciogliere. Non è del tutto chiaro se il punto di approdo debba essere un appello, una piattaforma di pressione o l’avvio di un percorso di ricomposizione politica alternativo all’attuale maggioranza capitolina. Ma è proprio qui che si gioca la credibilità dell’operazione. Se l’obiettivo è migliorare marginalmente l’azione della giunta, la prospettiva è debole e destinata a infrangersi contro la natura politica di chi governa Roma, destinata ad essere risucchiata nelle logiche neoliberiste che stanno caratterizzando l’amministrazione Gualtieri.
Occorre, invece, un vero confronto con quelle forze politiche e sociali che abbiano davvero l’obiettivo di costruire un’opposizione autonoma, radicata nei conflitti reali e capace di tenere insieme diritto all’abitare, difesa del territorio, dell’ambiente, il trasporto pubblico, welfare locale e contrasto alla rendita, allora può rappresentare un primo passaggio utile.
Roma non si salva con un appello a chi sta già scegliendo di consegnarla alla rendita, ai grandi investitori e alla privatizzazione strisciante. Roma si difende solo costruendo un’aggregazione politica e sociale capace di rompere con questo blocco di potere, di opporsi frontalmente alla sua idea di città e di presentarsi apertamente come alternativa a chi oggi governa il Campidoglio. Tutto il resto rischia di essere, nel migliore dei casi, una testimonianza critica; nel peggiore, una copertura di sinistra a politiche che si dicono di voler contestare.