Il discorso pronunciato da Mario Draghi ad Aquisgrana in occasione del Premio Carlo Magno traccia la parabola di un’Europa che rinnega se stessa, che, anzi lavora nichilisticamente al suo affondamento. La visione strategica presentata dall’ex premier non è un manifesto di autonomia, ma una colpevole resa culturale, politica e sociale.
L’orizzonte comunitario viene ridotto a uno spazio geopolitico rigido, dove la Russia è indicata come nemico perpetuo e il riarmo strutturale viene elevato a motore trainante per il rilancio dell’industria e dell’economia del continente. Una prospettiva inquietante, che trasforma l’Unione da progetto di convivenza e mediazione a blocco militare arroccato, in cui le formazioni di destra estrema e populista potrebbero avere il compito di gestire una incontrollabile introversione dei conflitti a dimensione intraeuropea.
La critica a questa impostazione deve essere radicale. Identificare la rinascita manifatturiera ed economica europea con la produzione di armamenti significa sposare una dottrina di sottomissione alla logica del conflitto. L’industria della difesa, per sua natura, non crea benessere diffuso né progresso sociale steso; drena invece risorse pubbliche vitali, orientando la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica verso scopi distruttivi.
Invece di esercitare un ruolo globale di pace, basato sulla diplomazia e sulle relazioni con tutti gli attori internazionali, l’Europa sceglie di isolarsi dietro le mura di una fortezza armata. Questa svolta bellicista produce un prezzo altissimo, pagato direttamente dai cittadini all’interno dei confini europei. La militarizzazione dell’economia e dei bilanci pubblici sottrae capitali urgenti alla gestione delle emergenze sociali e ambientali.
Mentre si stanziano fondi miliardari per il procurement militare, i sistemi sanitari nazionali collassano, i salari perdono potere d’acquisto, le disuguaglianze aumentano e la transizione ecologica viene declassata a lusso sacrificabile. Non si può costruire la supposta sicurezza esterna desertificando lo tato sociale e ignorando la crisi climatica che minaccia i territori. In questo scenario, la reazione del Partito Democratico appare politicamente disarmante. Invece di sollevare dubbi o contrastare una deriva che calpesta i valori del nostro costituzionalismo materiale, del pacifismo e della cooperazione, i vertici del PD si limitano a ripetere che bisogna implementare il piano Draghi. C’è chi lo fa in modo entusiasta e chi tatticamente si paluda dietro silenzi imbarazzanti per tenere insieme l’accrocchio senz’anima denominato campo largo. Questa sostanziale accondiscendenza svela l’assenza di una visione alternativa nel centrosinistra. Il PD sceglie l’allineamento acritico alle direttive del riarmo, abdicando in modo fattuale alla rappresentanza delle istanze sociali e ambientali. Accettare passivamente che l’industria bellica diventi il pilastro dell’integrazione comunitaria significa assecondare la costruzione di un’Europa fortezza: armata fino ai denti verso l’esterno, ma profondamente fragile, ingiusta e inquinata al proprio interno.
Ė davvero uno scenario intollerabile che deve immediatamente chiamare ad una risposta. Per chi pensa che l’Europa sia diventato un luogo tra i peggiori è venuto il momento di reagire, di opporsi in modo netto, ripensando dalle fondamenta uno spazio euromediterraneo distante dalle mene draghiane. Ognuno faccia la sua parte e la faccia senza perdite di tempo, prima che qualsiasi alternativa muoia schiacciata dal cinismo antisociale di cui è capace la schiera di seguaci dell’uomo del Britannia.