Come già accaduto con l’intervento sui costi dell’energia, anche sul lavoro il governo preferisce la propaganda ai risultati: annunci roboanti, misure minute e nessuna strategia. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, incardinato su un’austerità scelta e rivendicata come bussola politica, confeziona l’ennesimo mini-decreto e ne fa una vetrina nel giorno del Primo Maggio, piegando una ricorrenza simbolica a un’operazione d’immagine che non corrisponde a una reale priorità per il lavoro.
Il provvedimento propone nuovi bonus per le zone economiche speciali e incentivi alle assunzioni di donne e giovani sotto i 35 anni: sgravi fiscali per le imprese, con una spesa complessiva che sfiora appena il miliardo di euro. Ancora una volta, la scelta è quella di trasferire risorse alle aziende nella speranza che, quasi per riflesso, qualcosa ricada su occupazione e salari: una scommessa già vista troppe volte e spesso persa dai lavoratori.
Sui salari si è evitato solo all’ultimo lo scandalo di schiacciarli sui livelli dei contratti pirata – come proposto dal sottosegretario leghista Durigon – e si è indicato come riferimento il perimetro dei contratti firmati dalle sigle sindacali comparativamente più rappresentative. Un passo dovuto, ma arrivato per sottrazione e non per convinzione: la tutela minima è stata trattata come un incidente da contenere, non come un obiettivo da perseguire.
La vera cifra politica del decreto, però, emerge altrove: nella cancellazione della norma che prevedeva la retroattività degli aumenti contrattuali. Troppo costosa – si è detto, implicitamente – per quelle imprese che beneficiano proprio del rinvio sistematico dei rinnovi, trasformando i ritardi in un vantaggio economico. È l’ennesimo segnale di una linea che, quando deve scegliere, sceglie regolarmente di proteggere i margini aziendali più che i diritti e il potere d’acquisto di chi lavora.
Sui rider viene finalmente recepito quanto la giurisprudenza afferma da tempo: quando controllo ed eterodirezione sono esercitati anche tramite algoritmo, il rapporto va considerato subordinato. Bene, ma anche qui il merito è più dei tribunali che del governo, che arriva tardi e solo dopo essere stato sostanzialmente costretto a prendere atto della realtà.
In sintesi: tanto fumo e poco arrosto. Il problema non è soltanto nella pochezza delle risorse stanziate, ma nella logica di fondo che continua a guidare la destra di governo: l’idea che per risolvere crisi occupazionale e stagnazione salariale basti incentivare le imprese, anche quando non ce n’è alcun bisogno e senza pretendere condizioni stringenti su qualità del lavoro, stabilità contrattuale e livelli retributivi. È ampiamente dimostrato che così non si risolve il basso tasso di occupazione che relega l’Italia agli ultimi posti in Europa; non si risponde alla domanda di giustizia di milioni di lavoratori con salari sotto la soglia di povertà, quand’anche abbiano contratti firmati dai sindacati più rappresentativi; e non si affrontano le condizioni di milioni di lavoratrici e lavoratori precari, intrappolati in paghe insufficienti e diritti ridotti.
C’è un elefante nella stanza che il governo continua caparbiamente a ignorare, perché metterlo al centro significherebbe rompere un equilibrio costruito sulla compressione del costo del lavoro: il salario minimo legale. Eppure potrebbe rappresentare l’avvio di una maggiore giustizia retributiva e, insieme, una spinta al rinnovamento del sistema produttivo.
Solo un salario minimo legale di 12 euro l’ora, agganciato all’inflazione, può affrontare alla radice il tema delle basse retribuzioni che colpiscono soprattutto giovani e donne e garantire il diritto a una vita dignitosa sancito dalla Costituzione.
Gli effetti sarebbero positivi anche su un tessuto produttivo fragile, composto da troppe aziende che competono puntando sullo sfruttamento del lavoro: un minimo legale costringerebbe a innovare, investire e migliorare la produttività invece di scaricare tutto sui salari. Sarebbe un primo passo indispensabile per provare a invertire un declino che il governo continua a ignorare.