Tanto fumo e niente arrosto! La firma del D.M 193 del 5/3/2026 che dà il via libera al Piano straordinario di reclutamento del personale della ricerca nelle Università e Enti di ricerca, previsto dalla legge di bilancio 2026, da metà aprile è stato comunicato agli Atenei e diventa così operativo.
Privato della fumogena propaganda e degli strombazzamenti che lo hanno accompagnato, mostra quello che da subito le associazioni di dottorandi e il mondo del precariato universitario hanno denunciato: una vera presa in giro che non riuscirà neanche a mettere una pezza sui disastri che a livello strutturale la ricerca universitaria si porta dietro da lungo tempo. Una “cassetta degli attrezzi- lo ha definito con toni trionfalistici la Ministra Bernini- per superare l’attuale inferno del precariato”. Una cassetta piccola con attrezzi di seconda mano, gli stessi che da decenni hanno massacrato il mondo del lavoro: frammentazione di contratti, precari e da fame, secondo la consueta logica dell’usa e getta. L’Università continuerà a reggersi sul precariato e la ricerca resterà privilegio di quei pochi che potranno permettersi di vivere in un limbo per anni, stretti in un vicolo cieco. La verità dei fatti racconta, numeri alla mano, un’altra storia che non è quella declamata a mezzo stampa. È in atto un’espulsione lenta e costante di ricercatori e ricercatrici che ogni mese, alla spicciolata, allo scadere del proprio contratto di ricerca, ricevono una stretta di mano, una pacca sulla spalla e varcano il portone dell’Ateneo portandosi dietro esperienza, professionalità, passione e l’amarezza di doversi arrangiare. Numeri complessivi che in qualsiasi altro ambito lavorativo solleverebbero un minimo di attenzione, discussione e opposizione politica.
L’ADI e altre associazioni di ricercatori precari denunciano da mesi l’emorragia in atto e presentano il conto; la ricerca universitaria nell’ultimo anno ha perso 10433 figure, gli assegni di ricerca sono passati da 21916 a 13961 unità, 1227 posizioni perse solo tra dicembre 2025 e gennaio 2026, gli RTDa meno 2493, gli RTDb meno 632. Con il concludersi degli altri contratti in scadenza la stima entro luglio 2026 è della perdita dell’86,5% della componente ricercatrice. Dopo la grande bolla avuta con i contratti PNRR si torna tutti a casa e se si può si va all’estero. Davanti ad uno stillicidio di così grande portata il Piano straordinario mette in campo meno di 2000 posti a fronte di 10.000 contratti scaduti e 35000 in scadenza, un piano straccione di 18,5 milioni di euro che aumenterà a 60,7 milioni di euro dal 2027 finanziando organici anche delle università private.
E non è solo una questione di soldi.
I meccanismi premiali e competitivi creano discriminazioni tra precari su base meramente burocratica ma anche tra Università sulle quali, per il meccanismo del cofinanziamento, sarà scaricato il 50% del costo di ciascuna posizione lavorativa. Un altro colpo per gli Atenei piccoli o per quelli collocati nelle aree geografiche più svantaggiate che da anni vivono l’asfittica carenza di risorse strutturali: a farne le spese saranno anche gli studenti e le studentesse e il personale che vi lavora. La posta in gioco è alta e le importanti mobilitazioni di tutto il precariato dell’università contro la riforma Bernini lo hanno ben evidenziato. Le Università e chi fa ricerca, messi alla canna del gas, da tempo riescono a sopravvivere solo legandosi a finanziamenti privati che orientano la ricerca verso progetti aziendali o di interesse aziendale spesso chiaramente riferibili alla filiera bellica, entrata oramai a gamba tesa negli Atenei tanto che è diventato sempre più difficile riconoscere il dual use. Finanziamenti esterni, incentivi, dispositivi di valutazione, bandi premiali condizionano e sostengono la ricerca solo se questa perviene a risultati desiderati.
È inutile cercare palliativi. L’unica risposta da dare è quella che il mondo della ricerca chiede con forza: rivedere la governance universitaria e il complessivo modello di finanziamento, contrastare il baronato e ogni attacco al principio costituzionale dell’autonomia della ricerca.
Condizione imprescindibile è che la guerra e il riarmo restino fuori dall’Università.