Elezioni in Svezia, un primo bilancio

L’ondata nera, data per certa dai sondaggi e spinta dal vento della normalizzazione conservatrice europea, si è infine infranta sul bagnasciuga scandinavo. Le elezioni legislative in Svezia consegnano una realtà del tutto inattesa: il blocco progressista, guidato dai socialdemocratici di Magdalena Andersson, è in vantaggio e l’estrema destra dei Democratici Svedesi indietreggia per la prima volta in assoluto da quando ha fatto il suo ingresso nel Parlamento di Stoccolma.

La scommessa radicale di Jimmie Åkesson – che puntava programmaticamente a rompere l’ultimo tabù istituzionale pretendendo ministeri di peso in un esecutivo a trazione conservatrice – è fallita sul nascere. L’assalto frontale al cuore dello Stato sociale nordico è stato respinto dal voto popolare, ma la vittoria delle sinistre apre uno scenario denso di profonde incognite e contraddizioni politiche. Negli ultimi quattro anni di legislatura, il governo guidato dal moderato Ulf Kristersson ha progressivamente allargato la soglia del politicamente possibile. Pur di mantenere la maggioranza numerica, le destre tradizionali hanno accettato una strisciante subalternità culturale nei confronti della formazione xenofoba.

Si è assistito così allo smantellamento sistematico delle storiche politiche climatiche nazionali e all’introduzione di rigide misure securitarie e migratorie un tempo del tutto impensabili per la culla del welfare europeo. Le deportazioni di neo-maggiorenni con background migratorio nei contesti d’origine dei genitori (anche laddove i diritti umani sono palesemente calpestati), le rigide strette penali e l’adozione di una retorica nazionalista esasperata hanno mostrato il volto di una normalizzazione spietata.

Un processo che ricalca da vicino le attuali dinamiche della Commissione Von der Leyen II a livello continentale, basate sulla convergenza organica tra popolari e destre identitarie. Tuttavia, questo slittamento ideologico non ha pagato affatto nelle urne. Al contrario, i partiti conservatori tradizionali hanno ceduto consensi preziosi e gli stessi Democratici Svedesi hanno incassato una battuta d’arresto storica, a chiara dimostrazione che il dividendo elettorale della radicalizzazione non è affatto infinito.

L’elettorato svedese ha risposto al richiamo democratico, sgonfiando una minaccia che i media mainstream descrivevano come del tutto inarrestabile. Ma sarebbe un errore imperdonabile per le forze progressiste cantare una vittoria definitiva o adagiarsi sugli allori.Il primato dei socialdemocratici resta infatti estremamente fragile e condizionato da un quadro politico profondamente frammentato.

Per governare stabilmente la nazione, la coalizione progressista guidata da Andersson dovrà comporre le storiche divergenze strutturali che separano il Centro dalla sinistra radicale. Soprattutto, le sinistre devono fare i conti con l’eredità amara del neoliberismo economico, che per decenni ha logorato la punta di diamante del welfare europeo, generando ampie sacche di marginalità e disuguaglianze sociali su cui l’ultradestra ha cinicamente speculato per anni.

Se l’assalto nero è temporaneamente fallito, la ricostruzione di un’alternativa sociale credibile è appena iniziata e non è detto che si realuzzi, cedendo nuovamente alle solite sirene liberiste.

La Svezia ha evitato il collasso reazionario, ma la tenuta futura del suo modello democratico dipenderà dalla reale capacità della sinistra di abbandonare una volta per tutte le timidezze riformiste del passato e tornare a proteggere le fasce sociali più deboli della popolazione.

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