L’incontro bilaterale tra Ursula von der Leyen e Mario Draghi, celebrato dalle cronache mainstream come il vertice della svolta per la competitività continentale, svela in realtà il volto più inquietante della deriva neoliberista e securitaria dell’Unione Europea.
Sotto la patina della retorica tecnocratica sul “rilancio autunnale” e sulla necessità di superare le paludi burocratiche per sfidare colossi americani e cinesi, si nasconde un’agenda politica precisa. Una strategia che, letta da sinistra, non può che destare profonda preoccupazione.
Il cuore pulsante del nuovo piano Draghi non risiede infatti in un’autentica transizione ecologica o nel rafforzamento del welfare e dei diritti dei lavoratori, bensì in una massiccia e strutturale spinta verso il riarmo e l’economia di guerra.
Per l’ex presidente della BCE, la competitività europea si rigenera innanzitutto attraverso l’integrazione e il potenziamento dell’industria bellica. Si propone una visione in cui la difesa comune smette di essere uno scudo per trasformarsi nel principale volano di crescita economica.
Questa impostazione ribalta i valori fondativi della solidarietà continentale, sottomettendo le politiche industriali alle logiche geopolitiche del conflitto permanente.
L’idea che la rinascita dell’Europa debba passare dalle catene di montaggio dei carri armati e dei sistemi missilistici rappresenta il fallimento storico del progetto comunitario come spazio di pace e progresso sociale.Questa dottrina del riarmo come motore dello sviluppo economico non è solo eticamente inaccettabile, ma anche economicamente fallimentare per le classi subalterne.
I massicci investimenti pubblici richiesti per finanziare l’industria della difesa non cadranno dal cielo. In un contesto in cui i vincoli di bilancio e i dogmi dell’austerità rimangono i binari rigidi dell’azione dell’Unione, ogni euro destinato alle spese militari verrà inevitabilmente sottratto ai servizi pubblici essenziali. Sanità, istruzione, trasporti e tutele sociali subiranno i tagli necessari a rimpinguare i bilanci dei grandi gruppi industriali del settore bellico.
La competitività declinata da von der Leyen e Draghi diventa così sinonimo di un’ulteriore redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto, dove a guadagnare saranno i mercati finanziari e i signori della guerra, mentre a pagare saranno i cittadini comuni.Inoltre, il mito della “deregulation” e della semplificazione a tutti i costi, invocato per sbloccare i mercati, rischia di tradursi in uno smantellamento sistematico dei diritti sul lavoro e delle tutele ambientali, visti come fastidiosi lacci che frenano la produttività.
L’Europa che si profila all’orizzonte di questo asse tecnocratico è un’Europa che rinuncia alla sua vocazione sociale per sposare un modello iper-capitalista. La retorica della minaccia esterna viene strumentalizzata per imporre un clima di emergenza perenne, utile a giustificare la compressione dei salari e la precarizzazione dell’esistenza.
La vera alternativa di sinistra a questa deriva securitaria non può che partire dal rifiuto dell’economia di guerra. La competitività dell’Europa dovrebbe misurarsi sulla sua capacità di garantire standard di vita dignitosi per tutti, di ridurre le disuguaglianze interne e di guidare una riconversione ecologica che metta al centro il benessere collettivo e non il profitto bellico.
Finché i leader europei considereranno il riarmo come l’unica via per la sopravvivenza economica, l’Unione continuerà ad allontanarsi dai suoi popoli, trasformandosi in una fortezza d’acciaio fragile dentro e aggressiva fuori.
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