L’11 settembre resta una data spartiacque nella coscienza collettiva globale, una ferita che si sdoppia e si sovrappone nella memoria del Novecento. Se la memoria occidentale corre immediatamente al 2001 e al fumo che avvolgeva Manhattan, esiste un altro 11 settembre, quello del 1973 a Santiago del Cile, che parla direttamente al nostro presente.
Cinquant’anni e oltre da quel tragico martedì di sangue e macerie alla Moneda non sono bastati a stemperare la lezione che il sacrificio di Salvador Allende ha lasciato in eredità. Quel golpe non fu solo l’abbattimento violento di un governo democratico eletto; fu l’esperimento zero, brutale e sanguinoso, del neoliberismo globale guidato dai “Chicago Boys” sotto l’egida di Washington.
Un laboratorio in cui l’alternativa politica e sociale venne soffocata con la forza per imporre la dottrina del mercato globale indisturbato.Oggi, in un contesto storico profondamente mutato ma altrettanto drammatico, avvertiamo l’urgenza di riprendere quel filo spezzato.
Non per una sterile celebrazione nostalgica, né per rifugiarci in una retorica consolatoria dell’alternativa. Quello di cui abbiamo bisogno è una svolta concreta, un lavoro politico e sociale capace di incidere nei fatti e di strutturarsi dentro e contro i gangli del sistema liberista moderno.
Troppo a lungo il dibattito si è accontentato di un’opposizione di facciata, una “sinistra di parole” che, alla prova del governo, ha finito per gestire l’esistente, accettando i dogmi della deregolamentazione, della finanza speculativa e della compressione dei diritti sociali.
L’alternativa vera si costruisce invece dove la vita brucia: nella redistribuzione della ricchezza, nella pianificazione ecologica, nella difesa dei beni comuni e nella riappropriazione democratica delle scelte economiche.
Questa necessità si fa imperativa proprio mentre il cuore pulsante di quel modello, gli Stati Uniti d’America, attraversa una crisi sistemica senza precedenti. Il paese centrale dell’Occidente manifesta oggi i sintomi evidenti di un declino non solo economico, ma istituzionale, sociale e morale. La polarizzazione estrema, l’indebitamento mostruoso e l’erosione della coesione interna stanno rendendo l’egemone instabile e imprevedibile.
E un impero in crisi, la storia insegna, è un attore geopolitico estremamente pericoloso. Nel disperato tentativo di mantenere la propria centralità finanziaria e strategica, Washington rischia di trascinare i propri alleati in avventure belliche, sanzionatorie e commerciali dagli esiti catastrofici.
Per l’Italia e per l’intera Europa, rimanere ciecamente agganciati a questo sistema economico e finanziario, strutturato sulla dipendenza dal dollaro e sui diktat della finanza d’oltreoceano, non è più solo una scelta di subalternità politica: è un rischio esistenziale.
La subalternità alle strategie americane rischia di trasformare il nostro continente nel terreno di scontro di una nuova guerra globale, impoverendo ulteriormente il nostro tessuto industriale e sociale a vantaggio di interessi estranei.
Pensare l’alternativa significa allora, per l’Europa e per l’Italia, trovare il coraggio di una postura autonoma. Significa sganciarsi dalle logiche dell’iper-capitalismo finanziario per rimettere al centro il modello sociale europeo, basato sul welfare, sul lavoro dignitoso e sulla solidarietà. Significa rifiutare l’idea che non vi siano alternative, quel dogma reazionario che proprio in Cile trovò la sua prima, tragica applicazione pratica.
L’insegnamento dell’11 settembre cileno, depurato dal mito e calato nella concretezza della nostra epoca, è che la democrazia senza sovranità economica e sociale è un guscio vuoto. Se vogliamo evitare che la crisi dell’Occidente diventi il nostro definitivo tramonto, dobbiamo ricominciare a fare politica vera. Dobbiamo avere l’audacia di scommettere su un futuro diverso, prima che sia troppo tardi.