Il Dna custode della biodiversità contadina: la vera risposta al Capitalocene non è in laboratorio

Il collasso climatico che stiamo vivendo non è una fatalità astratta, ma il prodotto del Capitalocene: un sistema economico che sacrifica i territori sull’altare del profitto e che ora pretende di risolvere i disastri antropici con la stessa logica estrattivista.

La narrazione dominante vorrebbe farci credere che l’unica via di salvezza per l’agricoltura sia l’adozione delle Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA) o Nuove Tecniche Genomiche (NGT), surrettiziamente ribattezzate “nuovi OGM” dai movimenti contadini. Ci dicono che senza questi laboratori di editing genetico non avremo piante capaci di resistere alla siccità, ai parassiti o alle temperature estreme.

Si tratta di una gigantesca mistificazione commerciale che punta a espropriare i produttori dell’autonomia sementiera per consegnarli alla dipendenza tecnologica dei brevetti industriali.

La vera risposta della terra esiste già ed è interamente racchiusa nelle soluzioni genetiche naturali, custodi di una resilienza millenaria.

Come ha recentemente evidenziato un illuminante articolo di Wired, la ricerca scientifica indipendente sta dimostrando il valore immenso della agrobiodiversità tradizionale.

In particolare, il genetista agrario Leonardo Caproni ha condotto uno studio fondamentale sull’orzo: incrociando l’analisi del Dna vegetale con il machine learning, la sua ricerca ha dimostrato come le risposte adattative ai mutamenti ambientali si trovino già scritte all’interno della variabilità genetica delle varietà tradizionali e autoctone.

La natura ha già fatto il suo lavoro, accumulando per secoli risposte adattative spontanee nei genomi contadini. La vera innovazione non consiste nel tagliare e cucire il genoma in provetta, ma nel mappare, valorizzare e risseminare questo immenso patrimonio genetico naturale sul campo.

È da questa solida evidenza scientifica ed ecologica che dobbiamo rilanciare con forza la battaglia contro la liberalizzazione delle TEA. Sosteniamo in primo luogo la posizione storica di Altragricoltura, il sindacato e movimento della sovranità alimentare che da sempre denuncia il rischio di deregolamentazione di queste biotecnologie.

Come giustamente evidenziato nel forum sul portale di Altragricoltura, l’introduzione dei nuovi OGM privi di etichettatura trasparente e controlli rigorosi rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza agroalimentare, alla trasparenza per i consumatori e alla sopravvivenza stessa dell’agricoltura biologica e contadina.

Liberalizzare le NGT significa inquinare geneticamente le coltivazioni tradizionali, distruggendo le reti sementiere locali a vantaggio dei monopoli dell’agro-business. Le piante non hanno bisogno di ingegneri aziendali per salvarsi dal Capitalocene, ma di contadini sovrani e terra sana.

La genetica agraria deve tornare a essere uno strumento al servizio della agroecologia e della biodiversità, non il braccio armato del mercato brevettuale. Difendere la terra oggi significa opporsi con fermezza alla deregolamentazione delle TEA e pretendere investimenti pubblici sulla ricerca partecipata, sui territori e sulle sementi libere, che già possiedono nel proprio Dna le chiavi del nostro futuro comune.

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