La retromarcia fossile dell’Italia mentre il mondo invoca la transizione

Mentre i movimenti globali per il clima si preparano a invadere le piazze dal 14 settembre al 15 dicembre, tracciando una linea rossa insuperabile che unisce la giustizia climatica alla geopolitica dei diritti dei popoli – a partire dalla Global week of action to end fossil fuels e dal Manifesto con The Palestinian Initiative for Climate Strategy –, l’Italia risponde con un anacronistico balzo all’indietro.

Nei mesi in cui l’attenzione internazionale si concentrerà sui vertici di Banca Mondiale, G20 e sulla Cop31 per chiedere lo stop definitivo ai combustibili fossili e il finanziamento pubblico della transizione, il governo Meloni sceglie la strada della restaurazione energetica.

La decisione dell’esecutivo di riattivare e potenziare la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio sul territorio nazionale e nei nostri mari rappresenta un affronto non solo agli impegni climatici sottoscritti, ma alla logica stessa della transizione ecologica. Battezzata sotto la retorica della “sicurezza energetica” e dell’indipendenza nazionale, questa strategia è in verità un regalo alle lobby del fossile e una condanna per il futuro del Paese.

Trivellare il Mediterraneo o riaprire i pozzi terrestri non risolverà la dipendenza strutturale dell’Italia dalle fonti fossili, ma sposterà semplicemente in avanti le lancette di un orologio già vicinissimo all’ora X del collasso climatico. Mentre i movimenti declinano dieci precise richieste globali per una transizione giusta e per il disinvestimento immediato dal carbone, dal petrolio e dal gas, Roma firma decreti che autorizzano nuove prospezioni.

È il trionfo della miopia politica: si decide di investire capitali pubblici e privati in infrastrutture che diventeranno presto “stranded assets”, cattedrali nel deserto destinate a essere abbandonate, anziché finanziare massicciamente le energie rinnovabili, l’efficienza energetica e la riconversione industriale. Una scelta che taglia fuori l’Italia dal treno dell’innovazione pulita e la relega a fanalino di coda dell’Europa.

La retorica governativa tenta di far passare l’estrazione di gas nostrano come una soluzione “transitoria” e a basso impatto. Ma i territori sanno bene che le trivellazioni comportano rischi ambientali enormi, dalla subsidenza all’inquinamento delle falde, fino alla distruzione degli ecosistemi marini. Il contrasto è stridente: da un lato le piazze globali che collegano i disastri climatici alle diseguaglianze globali e ai conflitti territoriali, dall’altro un potere centrale che impone la prosecuzione dell’estrattivismo ignorando la volontà delle comunità locali.

Non possiamo permettere che la transizione energetica venga ridotta a uno slogan mentre nei fatti si restaurano i vecchi monopoli energetici. L’autunno che ci attende deve essere un momento di mobilitazione straordinaria non solo per appoggiare le grandi scadenze internazionali, ma per contrastare capillarmente ogni nuovo progetto di trivellazione in Italia.

Cambiare rotta è l’unica vera misura di sicurezza per il nostro futuro.

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