Davide Papotti, docente di Geografia, dipartimento DUSIC, Università di Parma
Alberto Deambrogio: Professore, nel Suo lavoro lei analizza spesso come i codici culturali e la letteratura di viaggio diano forma alla nostra percezione dei luoghi. Di fronte al cambiamento climatico, che altera visibilmente i paesaggi (dai ghiacciai che scompaiono alla desertificazione), stiamo assistendo anche a un collasso del nostro alfabeto emotivo e narrativo per descriverli? Come si racconta un luogo che sta perdendo la propria identità geografica?
Davide Papotti: Nel mondo letterario si è aperto da anni un importante dibattito sulle modalità con cui poter narrare l’accelerato e sconvolgente cambiamento climatico globale che sta alterando l’aspetto del mondo. La denuncia offerta da Amitav Gosh nel volume La grande cecità, in cui l’autore indiano riflette sull’incapacità della letteratura di rappresentare i grandi cambiamenti climatici in corso, è di dieci anni fa, del 2016. Lo scenario in generale non è purtroppo cambiato di molto da allora.
La pressoché totale assenza, a livello internazionale e coordinato, di concrete ed efficaci iniziative mirate sia alla mitigazione (cioè alla riduzione delle cause che stanno alla base del fenomeno del cambiamento climatico) sia all’adattamento a queste nuove condizioni ambientali si riflette oggi non soltanto in una “cecità”, come denunciava Gosh, ma anche in una sorta di anestesia emozionale. La traduzione italiana non rende peraltro le molteplici sfumature di significato e la potenza espressiva presenti nel titolo originale del lavoro di Gosh, The great derangement; “derangement” significa disordine, sconvolgimento, ma anche “squilibrio”, pure in senso mentale. Dicevamo della “anestesia emozionale” che sembra caratterizzare la società odierna. La sensazione di stanchezza per i ripetuti allarmi ambientali e la sostanziale indifferenza con cui vengono accolti si riflettono in una sorta di condiviso oblio della questione climatica in termini pratici e decisionali. Quando invece sarebbe proprio questo il momento in cui rivolgere con rinnovata energia ed attenzione lo sguardo agli ambienti che ci circondano, per comprenderne meglio i problemi e le criticità.
L’insensibilità nei confronti degli sconvolgenti cambiamenti climatici è anche figlia di un processo di perdita di “aderenza territoriale” che affonda nei decenni scorsi, con un sempre più radicale distacco fra le popolazioni ed i territori in cui esse abitano.
L’identità di un luogo certamente non è mai stata fissa e determinata una volta per tutte, ma i cambiamenti di fronte ai quali ci troviamo oggi mettono a rischio la sopravvivenza stessa dei luoghi, intesi come spazi che acquisiscono significato dall’interazione materiale ed immateriale che le comunità umane stabiliscono con essi. Non si tratta dunque soltanto di conservare l’identità di un luogo, ma di salvare le medesime condizioni ecologiche che ne permettono l’esistenza.
A.D.: La transizione ecologica viene spesso delegata dalle istituzioni ai comportamenti dei singoli cittadini o alla pura, illusoria, innovazione tecnologica. Dal punto di vista della geografia politica, in che modo i decisori politici stanno ridefinendo i confini della propria responsabilità istituzionale per giustificare l’inerzia, e come si può contrastare questa tendenza a ‘spostare nello spazio e nel tempo’ le conseguenze delle decisioni odierne?
D.P.: La delega fatta dalle istituzioni ai comportamenti individuali dei singoli è semplicemente uno scarico di responsabilità. Efficaci azioni possono nascere soltanto da una fruttuosa collaborazione fra movimenti che nascono dal basso e politiche di indirizzo stabilite dall’alto dagli attori istituzionali. La soluzione per intraprendere iniziative efficaci può nascere solo da un circolo virtuoso che coinvolga pienamente sia una classe politica in grado di prendere decisioni, anche impopolari, ma utili, ed una popolazione in grado di recepirle, farle proprie, proporne altre ed ulteriori.
Lo scarico di responsabilità effettuato da ciascuna delle due parti (la classe politica che abdica al proprio ruolo e indica la cittadinanza come responsabile, e la cittadinanza che incolpa la classe politica di inerzia decisionale) è soltanto un alibi, peraltro, ai fini pratici, totalmente inutile.
Anche quella che si può definire come “delega tecnologica”, seguendo ad esempio le riflessioni offerte da Bruno Latour, è basata sull’illusoria speranza che la tecnologia possa risolvere tutto. Gli avanzamenti nelle scienze e nelle tecnologie sono stati imponenti, è ovvio, ma al momento non appaiono risolutivi in molti campi (pensiamo ad esempio alla questione dell’estrazione dell’anidride carbonica dall’atmosfera), anche in ragione dei costi che spesso l’impiego delle tecnologie comporta.
Appare assai problematico oggi contrastare la tendenza a spostare in là nel tempo o altrove nello spazio le decisioni necessarie. Dal lato temporale, sia il dibattito politico sia gli interessi personali e dei gruppi sociali sono concentrati su un raggio di azione sempre più limitato e schiacciato sul presente. Dal lato geopolitico, nessun vuole agire per primo, e tutti cercano di spostare altrove le responsabilità. Manca in generale una visione planetaria in grado di superare i campanilismi ed i patriottismi, che di fronte ai cambiamenti climatici globali rappresentano retoriche sbagliate ed inutili.
Si può purtroppo dire che oggi abbiamo consolidato un circolo vizioso, in cui quasi tutti offrono il proprio lato peggiore, anziché spronare sé stessi e gli altri a mostrare il lato migliore.
A.D.: Il riscaldamento globale sta ridefinendo i concetti di ‘centro’ e ‘periferia’ ambientale, creando aree protette o privilegiate e zone destinate al sacrificio ecologico. Secondo le sue ricerche, quali sono le nuove frontiere della disuguaglianza geografica generate dal clima e come cambierà la nostra mappa mentale del turismo e dell’abitare nei prossimi decenni?
D.P.: Non sono soltanto i fenomeni legati al cambiamento climatico globale a ridefinire i concetti di “centro” e di “periferia”; anche i fenomeni di globalizzazione e le forti spinte, quasi ubique, alla ridefinizione di un nuovo ordine mondiale non più basato sulle gerarchie di potere alle quali ci aveva abituato la seconda parte del ventesimo secolo vanno nella stessa direzione.
L’esacerbarsi dei problemi ecologici sta ridefinendo il rapporto fra aree protette e privilegiate e zone “destinate ad essere sacrificate”. Questa tensione ha innervato la storia del pensiero ambientalista. Illustri studiosi, come lo storico William Cronon nel volume Uncommon Ground. Rethinking the human place in nature ed il geografo David Harvey in Justice, Nature, and the Geography of Difference, usciti rispettivamente nel 1995 nel 1996, mettevano in guardia da questa distinzione fra una natura “selvaggia” da preservare in certe aree ed un “resto del mondo” asservito e piegato alle esigenze umane. Oggi, però, questa dinamica si è esacerbata, perché coinvolge la sopravvivenza stessa di alcuni territori e delle popolazioni che li abitano.
Il fenomeno è peraltro transcalare, cioè attivo a più scale territoriali, dal livello planetario (in cui si cerca di preservare alcune aree considerate i “polmoni verdi” del pianeta) al livello continentale, da quello nazionale a quello provinciale, fino al livello di una città o di un quartiere.
Le mappe mentali del turismo cambieranno, perché molte destinazioni non saranno più appetibili da un punto di vista ambientale e/o climatico. Il mondo del turismo è sempre stato, sin dagli albori ottocenteschi, un grande divoratore di spazio, sia in senso infrastrutturale sia per quanto riguarda le immagini territoriali. La “fame” di immagini e spazi nuovi di cui il turismo ha costantemente bisogno si rivolgerà così inevitabilmente verso nuove aree, e ridisegnerà la geografia dei flussi. Alcune zone perderanno competitività in virtù del cambiamento climatico globale, mentre altre diventeranno più attraenti.
Simili fenomeni accadranno per le scelte abitative, che si baseranno sempre di più, come sta accadendo già oggi, su una differenziazione di opportunità di scelta fondata sul censo, esacerbando le disuguaglianze territoriali e sociali. La competizione per abitare in zone privilegiate anche dal punto di vista della sicurezza ambientale e del comfort climatico diventerà sempre più esasperata.
Il fatto che certe aree possano temporaneamente essere “favorite” dal cambiamento climatico globale non può servire da alibi per nascondere il collasso globale, perché in questo caso davvero nessuno potrà pensare di essere immune dai problemi planetari connessi a questi fenomeni, né di potersi “salvare” in autonomia.
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