La morte di Abderrahim Fakir durante l’immobilizzazione (Bologna, luglio 2026)

Nel caso di Abderraim Fakir, sembra plausibile ricondurre la vicenda all’ipotesi di omicidio colposo (art. 589 c.p.), linea verso la quale pare orientarsi la stessa Procura della Repubblica di Bologna. Almeno sul piano astratto, infatti, nella fase dell’immobilizzazione appaiono ravvisabili i tratti tipici della colpa che, ai sensi dell’art. 43 del codice penale, si configura quando l’evento, pur non essendo voluto, si verifica per negligenza, imprudenza, imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.

È proprio su quest’ultimo profilo – l’inosservanza di norme o linee guida operative -che occorre soffermarsi, pur senza escludere gli altri aspetti. Quali sono, infatti, le regole di ingaggio, le direttive e le discipline tecniche di cui parla l’art. 43 c.p., insegnate agli agenti durante la loro formazione per affrontare situazioni di questo tipo?

A questo proposito, va ricordato che una circolare emanata a maggio dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza indicava chiaramente l’approccio da adottare nella gestione di soggetti non collaborativi: «Se il soggetto mostra segni di malessere, occorre allentare la presa, posizionarlo su un fianco e richiedere l’intervento dei sanitari.»

Nel caso specifico, tuttavia, la presa non è stata allentata, Fakir non è stato posto su un fianco e i sanitari -sebbene presenti -non sono intervenuti tempestivamente.

Sorge allora un interrogativo fondamentale: tutto ciò è accaduto perché gli agenti non avevano ricevuto una formazione adeguata, oppure perché, pur essendo formati, hanno disatteso le procedure operative prescritte?

La risposta a questa domanda potrà incidere profondamente sulla determinazione del grado di responsabilità penale nel processo per omicidio colposo che, con ogni probabilità, verrà instaurato. Senza dimenticare la responsabilità ulteriore dello Stato, qualora si accertasse che le cautele indicate dalla circolare siano rimaste lettera morta a causa di una totale assenza di formazione specifica, a fronte di eventi che, purtroppo, si verificano con notevole frequenza.

Alla Magistratura spetta accertare le responsabilità penali degli agenti di polizia.

Al Ministero dell’Interno spetta un compito urgente: verificare se ed in che misura i protocolli siano adeguati e la formazione sia stata effettivamente erogata agli agenti. In ogni caso, per una diffusa e capillare formazione, occorre intervenire senza indugio, prima che si verifichino altre tragedie che possano essere attribuite alla colpa degli agenti.

I cittadini, nel frattempo, non si lascino irretire da chi, riducendo vicende complesse a slogan, specula sui drammi altrui per alimentare consenso e contrapposizioni.

È certo, in ogni caso, che quando la persona è nelle mani dello Stato ha tutti i diritti di questo mondo e, se versa in una condizione di infermità mentale, ne ha, se possibile, ancora di più.

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