Ritorno al delta. Per capire, per lottare, per progettare

Una breve conversazione tra Wu Ming 1 e Alberto Deambrogio

Alberto Deambrogio. Nel tuo ultimo lavoro definisci il Delta del Po come l’area più esposta alla crisi climatica, una sorta di ‘canarino’ per l’Europa. Mentre oggi si torna a parlare di nuove trivellazioni – nonostante gli storici danni da subsidenza subiti dal Polesine – sembra che la politica ignori sistematicamente la memoria geologica del territorio. Hai spesso criticato il termine bonifica preferendo parlare di prosciugamenti capitalistici per svelare l’illusione di un controllo totale dell’uomo sulla natura. Le attuali proposte di estrazione di metano vengono presentate come necessità strategiche o transitorie. In che modo questa nuova spinta alle trivelle rappresenta una continuazione di quella ideologia di prosciugamento che ha plasmato il Delta, e quali nuove mitologie stiamo creando per giustificare il rischio di fare affondare letteralmente un pezzo d’Italia?

Wu Ming 1. Giustamente citi il tentativo di tornare a estrarre gas naturale, con totale indifferenza per il precedente novecentesco, quando le trivelle hanno portato il suolo bassopadano/deltizio a sprofondare di diversi metri… Ma questo è solo un aspetto delle aggressioni che sta subendo il territorio del Delta, in particolare ferrarese. L’opera più impattante e pericolosa che lo minaccia è senz’altro il CCS Ferrara-Ravenna, un gasdotto lungo cento chilometri, con tutta la pesante infrastrutturazione che ciò comporta, che attraverserebbe molte aree protette (ZPS, Natura 2000, parco del Delta) e decine di corsi d’acqua, compreso il Lamone, uno dei fiumi che ha rotto gli argini nel 2023. Questo in nome della “decarbonizzazione”, perché quel tubo trasporterebbe la CO2 emessa del Petrolchimico di Ferrara fino a un impianto ENI di Casalborsetti, litorale ravennate, dove questa CO2 sarebbe condotta allo stato liquido, portata al largo e infine pompata nel sottosuolo marino, dentro giacimenti esausti di idrocarburi. Là rimarrebbe, dicono, «per sempre». E se qualcosa dovesse andare male? Se lungo la conduttura ci fosse una fuga di CO2 a quella concentrazione? Se in futuro un fenomeno sismico liberasse in mare la CO2 liquida? Decine di miliardi di euro per un’opera che mette a repentaglio territori, popolazioni ed ecosistema marino. Ed è chiaro che queste tecnologie di «cattura» e «stoccaggio» dei climalteranti servono a non riconvertire, a continuare a produrre come prima «tanto poi la CO2 la mettiamo sottoterra».

Ora, una roba del genere puoi concepirla e proporla su un territorio solo se ritieni quest’ultimo non un insieme di luoghi con le loro specificità e i loro equilibri, ma semplice spazio, superficie da calcolare, suddividere e attraversare. In particolare il basso ferrarese è sempre trattato così, perché è apparentemente “vuoto”, è sottopopolato, si può dire che «tanto lì non c’è niente», che se ci pensiamo, è la premessa discorsiva di ogni processo coloniale. È così che ogni volta si decide di imporre al ferrarese progetti che altrove incontrerebbero più resistenza. Decine e decine di centrali a biomasse, centinaia di parchi fotovoltaici che coprono suolo agricolo, nuovi impianti di estrazione, gasdotti… Questo per quanto riguarda lo spazio.

Riguardo al tempo, continuo a sorprendermi per la brevimiranza a cui porta il capitalismo. Chi è al potere non vede al di là del primo angolo. Non solo se ne fotte di cosa potrebbe succedere tra centinaia o migliaia di anni ai malcapitati a cui lasciamo in eredità scorie nucleari, gas liquefatti e veleni vari, non si assume nessuna responsabilità nei loro confronti, perché vige l’ennesimo «tanto» del discorso dominante, il «tanto non saremo lì, cazzi loro»… Non solo questo, dicevo, ma c’è di peggio: la politica e l’immaginario sussunti dal capitale se ne fottono di quello che è appena dietro l’angolo, che già sta arrivando: come ricordavi, quel territorio è sotto il livello del mare e continua ad abbassarsi, mentre la costa è in rapida erosione e il mare avanza sia in superficie sia nel sottosuolo, come si vede dal cuneo salino, che ormai affiora nei campi a molti chilometri dal litorale. Invece di pensare seriamente a tutto questo, questi stanno letteralmente costruendo opere e infrastrutture su terra che sta svanendo, e nel farlo aggravano tutti i processi in corso.

AD. Come può la narrazione ‘anfibia’ come la tua aiutare le comunità locali a trasformare questo trauma storico in una forma di resistenza attiva contro nuove forme di estrattivismo?

WM1. Il mio tentativo ne Gli uomini pesce è stato proprio costruire una narrazione che smentisse il luogo comune «lì non c’è niente», che contestasse la riduzione dei luoghi a spazi, che nell’apparente piattezza del paesaggio facesse scoprire una grande ricchezza di segni, che fosse il meno noi-centrica possibile e si aprisse alla longue durée dei fenomeni. Sono tutte mie applicazioni di “dritte” che dava Amitav Ghosh nel suo libro seminale La grande cecità, che lessi nel 2017.

Mi chiedi quanto scrivere in questo modo possa aiutare le comunità locali, e io rispondo che in generale non lo so, in fondo chi scrive letteratura, soprattutto in Italia dove si legge pochissimo, manda messaggi in bottiglia. Posso dire però che il romanzo dei cerchi nell’acqua li sta facendo, effetti ne sto vedendo. Non solo presso chi vive in quei territori, ma anche presso chi se n’è andato, la diaspora del Delta, che ho incontrato alle presentazioni. Vedere con nuovi occhi il territorio da cui sei stato spinto a emigrare, o i tuoi genitori sono stati spinti a emigrare, può essere curativo, può sbloccare emotivamente, far smettere di considerare quelle terre solamente luoghi ingrati da abbandonare.

AD. Il Delta è un luogo di frontiere mobili, dove l’Adriatico reclama terre che erano sue. Di fronte alla minaccia combinata dell’innalzamento dei mari e della subsidenza accelerata dalle trivelle, quale ruolo può avere la letteratura nel formare una chiara consapevolezza del dramma che già stiamo vivendo? Possiamo immaginare la nascita di nuove comunità resistenti nel Delta che, come i tuoi protagonisti, imparino a vivere con l’acqua anziché combatterla, opponendosi a progetti industriali che appartengono a un passato fossile ormai fuori tempo massimo?

WM1.  Io mi auspico un «ritorno» – culturale e politico, e ogni volta che è possibile corporeo, fisico – al Delta, un ritorno che unisca le forze degli abitanti attuali, della diaspora che riscopre quei luoghi e dei nuovi arrivi stimolati da quel che sta accadendo. Oggi il Delta è un avamposto avanzato della crisi climatica e, come abbiamo visto con il CCS, delle false soluzioni alla crisi climatica. Sta per diventare la prima linea del conflitto, per questo è un potenziale laboratorio a cielo aperto. Lo è già stato varie volte, nella sua storia, ogni volta che ha imboccato una direzione. Il basso ferrarese è stato il laboratorio a cielo aperto dei prosciugamenti (in nessun’altra zona d’Europa si sono distrutte così tante zone umide); è stato il laboratorio a cielo aperto delle lotte bracciantili (un caso unico in Europa, come spiega anche Guido Crainz nel suo libro fondamentale Padania) e grazie a questo nel 1919 ha mandato in parlamento Giacomo Matteotti; per reazione, è stato il laboratorio a cielo aperto dello squadrismo agrario (che qui è nato e qui ha avuto il suo capo supremo, Italo Balbo); è stato il laboratorio a cielo aperto della riforma fondiaria avviata nel 1950, che fu tutt’uno con l’ultima offensiva prosciugatoria, fatta coi soldi del Piano Marshall, e ha arrecato danni sociali e ambientali incalcolabili.

Ecco, vedi? Sto facendo un racconto del territorio tanto fondato e riscontrabile quanto inusuale. Ora che il Delta torna a essere un laboratorio, è necessario raccontarlo da diverse angolature. La letteratura serve a quello, e questo lavoro non è finito con Gli uomini pesce, lo porterò ancora avanti. Adesso, insieme ai miei compagni di Wu Ming, sono impegnato nella stesura di un romanzo collettivo sugli anni Ottanta e le lotte antinucleari, a cui lavoriamo da un bel pezzo. Un romanzo comunque molto padano, anche se non deltizio. Dopo, tornerò nel Delta.

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