C’è una domanda molto scomoda che assilla chiunque si avvicini al tema della memoria collettiva, ossia quell’insieme di precedenti storici e conseguenti persuasioni che consideriamo fondamentali per la convivenza democratica: a che serve questa memoria, se poi c’è Gaza? A che serve ricordare le stragi di civili nella Seconda guerra mondiale, e la stessa epopea partigiana, se poi le “democrazie nate dalla resistenza”, come ancora è giusto definirle, non riescono a impedire un genocidio compiuto anche in loro nome, se finiscono addirittura per garantire all’aggressore il loro sostegno politico, mediatico, diplomatico, a volte perfino militare. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, in un momento di brutale sincerità, ha detto che in Palestina “Israele sta compiendo il lavoro sporco” per conto dell’intero occidente.
La tragedia di Gaza ha messo a nudo una sgradevole verità: che i luoghi e la retorica della memoria hanno legami molto flebili con i processi decisionali. Si può salire a Monte Sole o a Sant’Anna di Stazzema, e anche partecipare a una cerimonia per il 25 aprile, e lì pronunciare sentiti interventi di sdegno per i civili trucidati in guerra, o di riconoscenza per la lotta partigiana, senza che via sia un reale nesso con le decisioni politiche prese o da prendere. Succedeva anche in passato, ma oggi l’abisso di Gaza ha reso tutto più evidente, con particolare riguardo al “luoghi della memoria”, che ancora richiamano visite, partecipazione e commozione, ma che non hanno alcun ruolo, alcuna voce, quando il paese tace sul genocidio e anzi lo favorisce. È una questione strutturale, non episodica, né legata all’attuale maggioranza di governo: la memoria delle stragi non è un punto fermo, una chiave di lettura di quanto avviene nel mondo. Si può esprimere ripugnanza per le efferatezze compiute contro civili inermi ottant’anni fa – è quello che i rappresentanti istituzionali fanno a ogni ricorrenza – e assistere silenziosi ad altre stragi, rendendole così possibili, come se non vi fosse alcun collegamento fra le due cose. E in effetti la memoria delle stragi svolge una funzione diversa dall’essere orientamento e guida per l’azione: serve come dimensione di un reciproco riconoscimento, è un concetto – in molti casi anche un luogo – attorno a cui stringersi, istituzioni e cittadinanza insieme, per confermare il proprio legame con il passato; svolge una funzione di rassicurazione e da qui deriva la sua sterilità politica.
Qualcosa di simile si può dire per l’antifascismo, troppo spesso ridotto a retorica, a “luogo dell’anima” che rischia d’essere addirittura sedativo, perché attraverso le parole e le cerimonie fa sentire le persone dalla parte giusta della storia, lasciando ai margini il potenziale rivoluzionario di una tradizione ancora feconda, col risultato di suscitare acquiescenza, se non rassegnazione. Possiamo dire che esiste un “antifascismo debole”, poco collegato con l’azione, utile soprattutto a “serrare le fila” e a confermare con fini utilitaristici la continuità culturale con le proprie radici, ma che esiste anche un “antifascismo forte”, cioè una tensione potente al cambiamento, specie di fronte a un ordine delle cose sempre più insopportabile, militarizzato, distante dal progetto costituzionale e dominato da logiche predatorie e belliciste.
In un mondo che pare votato a uno stato di guerra permanente, solo in seno alla società civile potranno nascere visioni e progetti politici alternativi, perciò occorre rigenerare la memoria e farne un perno del pensiero e della lotta; ricordare la “guerra ai civili” di ottant’anni fa e la radicale, visionaria opposizione al regime coltivata per due decenni dagli antifascisti, può rivelarsi il motore interno di una nuova forma di “rivoluzione”, può dare forza e profondità storica a idee oggi revocate in dubbio come la dignità di ogni vita umana, il rigetto dei nazionalismi, l’obiettivo di creare e rafforzare istituzioni in grado di prevenire i conflitti.
A che serve la memoria, se non a impedire guerre e genocidi?