Oltre il 5 maggio: Bobby Sands e l’eclissi dell’umanità neoliberista

Il 5 maggio non è solo una data sul calendario della memoria irlandese; è una ferita aperta che continua a interrogare la coscienza dell’Europa.

A quarantacinque anni dalla morte di Bobby Sands, avvenuta nel 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, ricordare la sua figura non significa indugiare nel feticismo del martirio, ma vivificare un simbolo di resistenza che parla con urgenza al nostro presente. Sands non morì solo per l’indipendenza dell’Irlanda, ma per il riconoscimento della dignità umana contro un sistema che cercava di declassare la lotta politica a mero atto criminale.

Il volto spietato del neoliberismo dall’altra parte delle sbarre dei famigerati H-Blocks aveva i tratti di Margaret Thatcher. La “Lady di ferro” non fu solo l’avversaria di Sands, ma la sacerdotessa di un neoliberismo ascendente che stava ridefinendo il mondo a immagine e somiglianza del mercato.

Per la Thatcher, “la società non esisteva, esistevano solo gli individui”: un dogma che si tradusse, nel contesto nordirlandese, nella politica della criminalizzazione. Rifiutando lo status di prigionieri politici a Sands e ai suoi compagni, la Thatcher non stava solo applicando la legge, stava inaugurando un’era di potere sordo e tecnocratico, dove il dissenso viene derubricato a patologia o delinquenza. La sua celebre frase “Crime is crime is crime” divenne il manifesto di un’intransigenza ideologica che preferiva lasciar morire un giovane parlamentare -Sands fu eletto a Westminster mentre era in agonia- piuttosto che accettare la complessità di un conflitto storico e sociale.

Quel neoliberismo, che oggi vediamo declinato nelle moderne politiche di austerità e nella precarizzazione dell’esistenza, trovò in Long Kesh un laboratorio di spietata efficienza.

Sands oggi: un’eredità di speranza

Cosa dice Bobby Sands ai giovani del 2026? Ci parla, parla loro, della forza della parola contro il silenzio imposto. Sands era un poeta, un musicista, un sognatore che anche nell’orrore della cella continuava a scrivere su pezzi di carta igienica, convinto che “la nostra vendetta sarà la risata dei nostri bambini”.

In un’epoca dominata dal cinismo e da tratti di ritiro sociale disperato e rancoroso, la sua lezione è quella della coerenza assoluta tra pensiero e azione.Mentre le commemorazioni per il 45° anniversario animano Belfast e il mondo con marce, letture e riflessioni, il nostro compito è andare oltre l’anniversario.

Sands ci insegna che il potere può imprigionare il corpo, ma non può spegnere una visione di giustizia se questa è condivisa da una comunità. La sua vittoria fu morale e politica: la Thatcher vinse la battaglia dei corpi, ma perse quella della storia, accelerando la trasformazione del movimento repubblicano in una forza politica inarrestabile.

Vivificare la figura di Sands oggi significa opporsi a ogni forma di “criminalizzazione” dei diritti e del dissenso sociale. Significa ricordare che dietro i numeri dell’economia e le fredde decisioni dei governi ci sono esseri umani con una dignità non negoziabile.

Bobby Sands non appartiene al passato; è una bussola per chiunque creda ancora che un altro mondo sia urgentemente necessario. La sua “canzone incompiuta” continua a risuonare, chiedendoci se siamo pronti, anche noi, a non arrenderci mai, perché vale sempre la pena, è sempre profondamente bello e umano dedicarsi a una alternativa non prona al dominio, alla barbarie.

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