La recente approvazione del “decreto bollette” alla Camera non è solo l’esercizio burocratico di una maggioranza stanca; è la certificazione definitiva di un fallimento politico, sociale e ambientale.
Mentre il Paese affoga sotto il peso di rincari energetici insostenibili e una crisi climatica che non concede tregue, il Governo Meloni risponde con un provvedimento che nasce già superato, inadeguato e, per certi versi, persino punitivo nei confronti delle fasce più deboli della popolazione.
Il cuore del provvedimento è un’offesa all’intelligenza dei cittadini: un bonus sociale per l’energia elettrica ridotto alla miseria di 115 euro annui, riservato esclusivamente a chi già gode di altre agevolazioni. Parliamo di poco più di nove euro al mese: una cifra che non basta nemmeno a coprire i costi fissi di spedizione delle fatture, figuriamoci a sollevare le famiglie dal baratro della povertà energetica. È la politica delle briciole, attuata da chi, evidentemente, non ha idea di cosa significhi dover scegliere tra fare la spesa e riscaldare una stanza.
Ma il vero scandalo, quello che grida vendetta davanti alle generazioni future, è la proroga delle centrali a carbone fino al 2038. Mentre il resto del mondo civile accelera verso la decarbonizzazione, l’Italia sceglie di aggrapparsi alla fonte più inquinante e obsoleta del secolo scorso.
Si usa l’emergenza come scudo per nascondere l’assenza totale di una visione strategica.
La vera transizione non può passare per il fossile camuffato da necessità. Occorre una democrazia energetica basata sul sole, sul vento e sul protagonismo dei territori: le comunità energetiche rinnovabili non sono un’utopia, ma l’unica via d’uscita per sottrarsi al ricatto dei colossi del gas e del petrolio. Invece, il Governo preferisce sussidiare i profitti delle grandi lobby energetiche, confermando gli aumenti dell’Irap per chi produce energia pulita e tagliando gli oneri di sistema solo in modo selettivo e insufficiente.
Questa ostinata cecità energetica cammina di pari passo con un’altra colpevole omissione: la totale indifferenza verso la parola pace. Non si può parlare di crisi economica e di caro-energia ignorando l’elefante nella stanza: la guerra e la folle corsa al riarmo. Mentre si negano pochi milioni di euro per abbassare le bollette dei pensionati, si trovano miliardi di euro per armamenti e spese militari, alimentando un conflitto che è la causa primaria della nostra instabilità energetica. Mettere al centro lo stop alla guerra non è solo un imperativo morale, ma l’unica scelta economica razionale. Ogni euro investito in un carro armato è un euro sottratto all’efficientamento delle case, agli ospedali e alla scuola.
Il “decreto bollette” è lo specchio di un’Italia che ha deciso di camminare all’indietro. È un provvedimento che non scalfisce le disuguaglianze, ma le cristallizza. Serve un cambio di rotta radicale: bisogna smetterla di considerare la transizione ecologica un costo e iniziare a vederla come la più grande opportunità di liberazione sociale. Dobbiamo pretendere che le risorse vengano spostate dalle spese di morte alla rigenerazione della vita. Finché continueremo a bruciare carbone e a finanziare conflitti, resteremo prigionieri di un’economia fossile e di una politica senza anima. Il Senato ha ora l’ultima occasione per correggere questo scempio, ma la speranza, vista la caratura di questa classe dirigente, è ormai ridotta al lumicino.
In ogni caso la proposta sociale e politica della pace, del taglio netto delle spese militari, della cura della casa comune può e deve continuare a vivere nella costruzione dell’ alternativa. Nelle lotte in grado di dare continuità e sbocco politico al no sociale espresso al referendum giustizia, alle piazze contro ogni guerra e contro il vergognoso genocidio palestinese.