Il fallimento del mercato e il ritorno dello Stato: la lezione (tardiva, anche per il centrosinistra) di Poste e TIM

Oggi assistiamo a un paradosso che è, insieme, una confessione di colpevolezza e un atto di pragmatismo disperato: Poste Italiane, un tempo gioiello del patrimonio pubblico e poi parzialmente “sacrificata” sull’altare delle quotazioni, si prepara a rientrare nel capitale di TIM. È il cerchio che si chiude. O meglio, è il naufragio definitivo di quel dogma neoliberista che, a partire dagli anni ’90, ha smantellato il sistema industriale italiano in nome di un’efficienza privata che si è rivelata, nei fatti, un’illusione predatoria.

Dobbiamo dircelo con chiarezza: la stagione delle privatizzazioni è stata il più grande errore strategico della storia repubblicana. Una svendita collettiva guidata da quel centro-sinistra che, folgorato sulla via del “mercato a tutti i costi”, pensava di modernizzare il Paese riducendo lo Stato a un semplice arbitro. Oggi, cosa hanno da dire i protagonisti di allora? Il silenzio del PD e dei suoi satelliti è assordante. Dove sono le analisi critiche su ciò che è rimasto di Telecom Italia, ridotta da settimo operatore mondiale a un’azienda soffocata dai debiti e spezzettata? Qual è il bilancio della gestione privata dell’Ilva, che ha trasformato un polo strategico in un disastro ambientale e industriale senza fine?

Quelle dismissioni non sono state “riforme”, sono state abdicazioni. Abbiamo ceduto monopoli naturali e asset strategici a capitani d’industria senza capitali, che hanno estratto valore per gli azionisti lasciando al Paese infrastrutture fatiscenti e una sovranità tecnologica compromessa. Il mercato non ha regolato nulla; ha solo banchettato sulle macerie del pubblico.

È giunto il momento di invertire la rotta in modo strutturale. Non basta un intervento d’emergenza di Poste per tappare i buchi lasciati dai privati. Serve rilanciare con forza il ruolo dello Stato nell’economia, non come un “socio silente”, ma come mente pensante di una nuova pianificazione strategica.

Il Paese ha bisogno di una guida che guardi ai prossimi trent’anni, non al prossimo trimestre di borsa. Energia, telecomunicazioni, trasporti e acciaio devono tornare sotto un coordinamento pubblico capace di rispondere alle esigenze reali delle persone, non ai dividendi di pochi.

Ma attenzione: tornare al pubblico non significa ripristinare il vecchio assistenzialismo o le lottizzazioni oscure. Il rilancio dello Stato deve andare di pari passo con una rivoluzione democratica.

Dobbiamo garantire elementi di partecipazione diffusa: i lavoratori, i cittadini e le comunità locali devono avere voce in capitolo nelle scelte strategiche delle grandi aziende di Stato. La pianificazione deve essere trasparente, partecipata e orientata al bene comune.
Il caso Poste-TIM ci dice che la storia ha presentato il conto. Ora spetta a noi decidere se continuare a pagare per gli errori del passato o se riprenderci le chiavi di casa nostra.

Lo Stato deve tornare a fare lo Stato: pianificare, investire, proteggere. Senza vergogna e senza più subalternità ideologiche.

Leggi anche:
Poste italiane: il precariato come sistema. I lavoratori chiedono stabilizzazione e rilancio del servizio pubblico  –