Modena, il fallimento della sicurezza che non cura

Italo Di Sabato – coordinatore nazionale Osservatorio Repressione

Dopo l’investimento in via Emilia Centro, la destra ha provato subito a trasformare il dolore in propaganda identitaria. Ma questa tragedia non parla di “seconde generazioni”: parla di solitudine sociale, salute mentale abbandonata, servizi pubblici impoveriti e di un Paese che preferisce sorvegliare invece di prendersi cura.

Ci sono tragedie che non producono solo dolore. Producono anche uno squarcio. Costringono una società a guardarsi allo specchio, a vedere ciò che normalmente rimuove, a fare i conti con le proprie menzogne.

Quello che è accaduto a Modena, in un sabato pomeriggio qualunque, nel cuore della città, appartiene a questa categoria. Un uomo di trentun anni, Salim El Koudri, nato a Bergamo da famiglia marocchina, cresciuto nel modenese, laureato in economia, residente a Ravarino, ha investito otto persone con la propria auto in via Emilia Centro. Alcune sono rimaste gravemente ferite. Dopo l’investimento, l’uomo ha tentato la fuga ed è stato bloccato da alcuni cittadini, tra cui persone di origine egiziana e pakistana, una delle quali è stata ferita con un coltello nel tentativo di fermarlo.

Prima ancora che la realtà dei fatti potesse essere ricostruita, una parte della politica italiana aveva già scelto la propria spiegazione. Non una spiegazione vera, non una spiegazione utile, non una spiegazione capace di interrogare la società. Ma una spiegazione comoda: l’origine dell’aggressore. Il suo nome. La sua famiglia. La sua collocazione dentro quella categoria tossica e sempre più usata come arma politica: “seconda generazione”.

Matteo Salvini, puntuale come sempre quando il dolore può essere trasformato in materiale propagandistico, ha scritto il nome di Salim El Koudri e lo ha definito “criminale di seconda generazione”. In poche parole, tutta la miseria morale di una certa politica: cancellare la persona concreta, cancellare la storia, cancellare la sofferenza psichica, cancellare il fallimento dei servizi, cancellare il contesto sociale, per costruire un simbolo utile alla guerra culturale della destra.

Non un uomo con una storia specifica. Non un cittadino italiano con problemi psichiatrici. Non una persona che era stata seguita dai servizi di salute mentale e poi era uscita dal loro radar. Non un trentunenne disoccupato, fragile, isolato, attraversato da una frattura profonda tra il sé immaginato e la realtà materiale della propria vita. No. Per la destra, Salim El Koudri doveva diventare immediatamente altro: il corpo estraneo, il nemico interno, la prova vivente di una tesi già scritta.

È questo il primo punto politico della tragedia di Modena. Il dispositivo razzista e sicuritario funziona sempre allo stesso modo: prende un fatto, lo svuota della sua complessità, lo separa dalle sue cause sociali, sanitarie, economiche, relazionali, e lo ricompone dentro una cornice identitaria. Se l’autore di un gesto violento ha origini straniere, allora quelle origini diventano la spiegazione. Se è figlio di migranti, allora il problema diventano le seconde generazioni. Se porta un nome arabo, allora il sospetto corre subito verso l’islam, verso l’immigrazione, verso il terrorismo, verso il pericolo etnico.

La realtà, però, è molto più ostinata della propaganda. Salim El Koudri è cittadino italiano. È nato in Italia. È cresciuto in Italia. Si è laureato in Italia. Non risultano collegamenti con organizzazioni estremiste. Non risulta un profilo criminale pregresso capace di sostenere la narrazione del “delinquente straniero”. Risulta invece un dato enorme, che la destra non vuole vedere perché non le serve: Salim El Koudri era una persona con fragilità psichiche gravi. Era stato seguito dal Centro di salute mentale. Aveva interrotto il percorso di cura. Era uscito dal sistema. E nessuno, evidentemente, è riuscito a riportarlo dentro una rete di sostegno.

Questo non assolve il gesto. Non cancella il dolore delle vittime. Non attenua la gravità di ciò che è accaduto. Le persone investite in via Emilia Centro sono reali. Le loro ferite sono reali. La paura vissuta da chi era lì è reale. Ma proprio perché quel dolore è reale, non può essere consegnato agli avvoltoi della propaganda. Non può essere usato per alimentare una guerra contro i figli dei migranti. Non può diventare carburante per nuovi decreti, nuove zone rosse, nuove campagne razziste, nuove retoriche sulla “devianza” delle seconde generazioni.

Perché se il problema viene falsificato, anche la risposta sarà falsa. Se il problema diventa l’origine marocchina, la risposta sarà più controllo. Se il problema diventa la seconda generazione, la risposta sarà più polizia. Se il problema diventa il nome arabo, la risposta sarà più sospetto, più sorveglianza, più esclusione. Ma se il problema è anche un uomo con disturbi psichiatrici che interrompe le cure e scompare dal radar dei servizi, allora la risposta cambia completamente. Diventa molto più scomoda. Richiede investimenti. Richiede personale. Richiede presa in carico territoriale. Richiede servizi pubblici. Richiede comunità. Richiede politica vera.

Ed è proprio qui che la tragedia di Modena diventa uno spartiacque. Perché mostra il fallimento di un’intera idea di sicurezza.

Da almeno trent’anni, in Italia e in Europa, la risposta al malessere sociale è stata quasi sempre la stessa: perimetrare, sorvegliare, reprimere, allontanare. Il disagio non viene ascoltato, viene spostato. La marginalità non viene curata, viene rimossa. La povertà non viene combattuta, viene amministrata come problema di ordine pubblico. Il dissenso non viene riconosciuto, viene criminalizzato. La fragilità non viene presa in carico, viene lasciata marcire finché esplode.

Abbiamo costruito città divise in zone. Zone da proteggere e zone da abbandonare. Zone del consumo e zone della paura. Centri storici da rendere appetibili per turismo, shopping, aperitivi, eventi, vetrine, e periferie trasformate in deposito delle contraddizioni sociali. Abbiamo moltiplicato telecamere, pattuglie, daspo urbani, zone rosse, decreti sicurezza, ordinanze, divieti, dispositivi di controllo. Abbiamo immaginato che la sicurezza potesse essere prodotta separando i corpi, filtrando gli accessi, espellendo i poveri, contenendo i migranti, inseguendo i giovani, identificando gli attivisti, militarizzando le stazioni.

Poi arriva un sabato pomeriggio a Modena e tutto questo castello ideologico crolla. Perché il malessere rimosso può manifestarsi ovunque. Nel centro ordinato della città. Nel luogo del passeggio. Nello spazio apparentemente pacificato del consumo. Non esistono zone realmente sicure se la società produce solitudine, abbandono, precarietà, frustrazione, isolamento, malattia non curata. Non esistono telecamere capaci di sostituire una rete sociale. Non esistono pattuglie capaci di fare il lavoro di un servizio di salute mentale. Non esistono decreti sicurezza capaci di ricucire una vita spezzata.

C’è un elemento, nella vicenda di Salim El Koudri, che dovrebbe colpire più di ogni dichiarazione politica. Sulla sua bio di Instagram aveva scritto: “Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba”. È una frase dolorosa. Non è la frase di un nemico. È la frase di qualcuno che avverte una distanza, che sente il mondo come un codice indecifrabile, che percepisce gli altri come una lingua non appresa.

In altri post, secondo quanto emerso, parlava di sé in terza persona, costruendo una narrazione di talento incompreso, di sensibilità superiore, di società oscura e ipocrita incapace di riconoscere il suo valore. Il punto non è trasformare i social in diagnosi. Il punto è politico e sociale: quante frasi restano senza risposta? Quanti segnali vengono visti ma non letti? Quante persone escono dai percorsi di cura senza che nessuno abbia la possibilità, il tempo, il personale, le risorse, il mandato di andare a cercarle? Quante vite fragili vengono lasciate sole finché la loro sofferenza non diventa tragedia pubblica?

In Italia centinaia di migliaia di persone sono assistite ogni anno dai servizi di salute mentale, mentre milioni convivono con disturbi psicologici di diversa gravità. Eppure i servizi sono sottofinanziati, il personale è insufficiente, la sanità pubblica viene progressivamente impoverita, la cura territoriale resta spesso affidata alla buona volontà degli operatori più che a un sistema adeguatamente sostenuto. Le famiglie vengono lasciate sole. Le persone più povere incontrano barriere enormi nell’accesso alla cura. La terapia, quando non può essere ridotta a farmaco, diventa spesso un privilegio di classe.

Questa è la verità che la destra non vuole nominare. Perché nominare la salute mentale significa parlare di sanità pubblica. Parlare di sanità pubblica significa parlare di tagli, privatizzazioni, liste d’attesa, precarizzazione del personale, desertificazione dei servizi territoriali. Significa chiedersi perché si trovano miliardi per le armi e non per la cura. Significa chiedersi perché lo Stato sia rapidissimo nel reprimere e lentissimo nel sostenere. Significa chiedersi perché si finanzino apparati di controllo mentre i luoghi della presa in carico vengono lasciati senza risorse sufficienti.

A Modena questa contraddizione è ancora più evidente. Proprio Modena è una città che da anni ospita MàT, la Settimana della salute mentale, una delle esperienze più importanti in Italia sul tema. Un percorso culturale, pubblico, aperto, che ha provato a costruire consapevolezza, comunità, discussione, partecipazione. Eppure, anche in un territorio con questa storia, una persona come Salim El Koudri è scivolata fuori dal sistema.

Questo non significa sminuire il lavoro fatto. Al contrario. Significa riconoscere un limite strutturale: la sensibilizzazione è fondamentale, ma non sostituisce la presa in carico. Un festival può aprire spazi culturali, ma non può fare da solo il lavoro quotidiano di un servizio territoriale dotato di personale sufficiente. La comunità può essere chiamata alla consapevolezza, ma non può sostituire il follow-up attivo di chi interrompe le cure. La cultura può rompere lo stigma, ma non può compensare da sola l’assenza di risorse pubbliche adeguate.

Per questo Modena non può essere letta come un episodio isolato. È un fatto tragico, specifico, irripetibile nella sua dinamica, ma dentro una trama sociale riconoscibile. Una società sempre più competitiva, individualizzata, frammentata, dove il successo viene venduto come obbligo morale e il fallimento come colpa personale. Una società che produce solitudine e poi punisce chi non regge. Una società che pretende produttività, adattamento, autocontrollo, prestazione continua, ma non offre legami, protezione, ascolto, possibilità.

La salute mentale dei giovani, anche dei figli e delle figlie dei migranti, non può essere separata da tutto questo. Molti vivono in una terra di nessuno: troppo italiani per appartenere pienamente al mondo dei genitori, troppo “stranieri” per essere riconosciuti senza sospetto dalla società in cui sono nati o cresciuti. Devono dimostrare continuamente di meritare il proprio posto. Devono giustificare la propria presenza. Devono essere “integrati”, “bravi”, “produttivi”, “non problematici”. Se sbagliano, l’errore non resta individuale: diventa colpa collettiva, marchio etnico, prova politica.

È esattamente ciò che è accaduto anche dopo Modena. Il gesto di una persona è stato immediatamente proiettato su un’intera categoria. Il crimine individuale è stato trasformato in crimine identitario. La sofferenza psichica è stata oscurata dall’origine familiare. E intanto è stato rimosso un altro dato fondamentale: tra coloro che hanno fermato Salim El Koudri ci sono cittadini di origine migrante. Persone che hanno rischiato la vita per fermare l’aggressione. Persone che hanno agito per la comunità. Persone che hanno mostrato, nei fatti, quanto sia falsa la narrazione che associa automaticamente migrazione, pericolo e disgregazione sociale.

Se l’aggressore ha origini marocchine, la destra lo usa per criminalizzare le seconde generazioni. Se chi lo ferma è egiziano o pakistano, quella stessa destra tace o minimizza. È la prova della manipolazione. Non interessano le persone. Interessano solo i simboli utili. Non interessa la verità. Interessa il materiale propagandistico.

Eppure proprio quel gesto di chi è intervenuto dovrebbe dirci qualcosa di essenziale. La comunità non coincide con il sangue, con l’origine, con il cognome, con la religione. La comunità esiste quando qualcuno si assume una responsabilità verso altri. Quando qualcuno interviene. Quando qualcuno riconosce che la vita degli sconosciuti lo riguarda. Quando il dolore di chi cade in strada non è “affare loro”, ma diventa immediatamente affare di tutti.

Questa è l’Italia che non è morta. Non quella dei ministri che twittano sui nomi arabi. Non quella dei titoli xenofobi. Non quella che sogna remigrazioni, espulsioni, zone rosse, nuovi nemici interni. L’Italia che non è morta è quella di chi si lancia per fermare un uomo armato. È quella di chi soccorre. È quella di chi non chiede il passaporto prima di riconoscere una vita umana. È quella che ancora, nonostante tutto, produce solidarietà spontanea dentro una società che la politica avvelena ogni giorno.

Ma non basta celebrare quei gesti. Non basta commuoversi. Una società matura deve chiedersi perché si arrivi a quel punto. Deve chiedersi perché la cura fallisca prima della repressione. Deve chiedersi perché la prevenzione sociale sia stata sostituita dalla prevenzione poliziesca. Deve chiedersi perché le fragilità vengano viste solo quando diventano pericolo. Deve chiedersi perché il disagio psichico venga ignorato finché non esplode.

La legge 180 non chiedeva di chiudere i manicomi per abbandonare le persone. Chiedeva di chiudere l’istituzione totale per costruire cura territoriale, prossimità, libertà, responsabilità pubblica. Ma una parte enorme di quella promessa è rimasta incompiuta. Abbiamo giustamente rifiutato il manicomio, ma non abbiamo sempre costruito servizi sufficienti. Abbiamo rifiutato la segregazione, ma spesso abbiamo lasciato le famiglie sole. Abbiamo detto no alla contenzione come destino, ma non abbiamo investito abbastanza nelle alternative.

La risposta non può essere il ritorno al manicomio. Non può essere l’uso smodato del TSO. Non può essere la psichiatria come ordine pubblico. Non può essere la medicalizzazione repressiva della fragilità. Ma non può essere nemmeno l’indifferenza. Non può essere il vuoto. Non può essere una persona che interrompe le cure e scompare. Non può essere una società che vede il disagio, lo commenta, lo teme, lo evita, ma non sa più farsene carico.

La tragedia di Modena parla anche della violenza che respiriamo ogni giorno. Una violenza normalizzata, spettacolarizzata, resa linguaggio quotidiano. Guerre trasmesse in diretta come eventi da commentare. Morti ridotti a numeri. Migranti descritti come minacce. Poveri trattati come colpevoli. Dissidenti dipinti come nemici. Giovani trasformati in problema di ordine pubblico. Corpi fragili lasciati soli. La brutalità diventa grammatica sociale.

Questo non significa stabilire un rapporto meccanico tra guerra, razzismo, precarietà e un singolo gesto criminale. Sarebbe una semplificazione speculare a quella della destra. Significa però riconoscere che nessun gesto nasce nel vuoto. Le persone vivono dentro mondi sociali. Respirano linguaggi. Assorbono gerarchie. Subiscono fallimenti. Interiorizzano esclusioni. E quando la fragilità psichica incontra solitudine, precarietà, rancore, isolamento, assenza di cura, può produrre esiti imprevedibili e devastanti.

Per questo il punto non è capire per giustificare. Il punto è capire per impedire che accada ancora. La giustizia per le vittime non passa attraverso la propaganda razzista. Passa attraverso la verità. Passa attraverso una ricostruzione seria delle responsabilità. Passa attraverso il sostegno concreto alle persone ferite. Passa attraverso una discussione pubblica non avvelenata. Passa attraverso servizi capaci di intercettare chi si perde.

Una comunità non è semplicemente un insieme di persone che abitano lo stesso luogo. È una rete di vulnerabilità riconosciute. È la capacità di vedere chi si sta allontanando. È la possibilità di intervenire prima che il dolore diventi esplosione. È la responsabilità di non lasciare sole le famiglie. È la presenza di servizi pubblici forti. È la costruzione di spazi dove la fragilità non venga trattata come vergogna o minaccia.

A Modena questa grammatica non è stata letta in tempo. Non l’hanno letta i servizi, probabilmente perché insufficienti rispetto al bisogno. Non l’ha letta la comunità, forse perché disabituata alla prossimità. Non l’ha letta la politica, perché preferisce trasformare ogni fatto in un’arma. Non l’abbiamo letta noi, come società, perché siamo stati educati a guardare altrove finché il dolore non invade la strada.

Il misero spettacolo dei politici che sfruttano il dolore di Modena dice molto dello stato di decomposizione del dibattito pubblico italiano. Ma la risposta non può essere solo l’indignazione. Serve una rottura netta. Bisogna dire che la sicurezza non è Salvini che twitta un nome arabo. La sicurezza non è Meloni che corre sul luogo della tragedia per presidiare simbolicamente il dolore. La sicurezza non è la moltiplicazione delle zone rosse. La sicurezza non è il sospetto permanente verso i figli dei migranti. La sicurezza non è il carcere come unica lingua dello Stato. La sicurezza non è la città trasformata in fortezza.

La sicurezza è salute mentale pubblica. È scuola. È lavoro. È casa. È reddito. È comunità. È servizi territoriali. È prevenzione sociale. È cura. È possibilità di essere visti prima di diventare un caso di cronaca. È una società che non misura il valore delle persone in base alla produttività, all’origine, al successo, alla capacità di adattarsi. È una politica che investe in vita invece che in armi. È uno Stato che non arriva solo con la polizia, ma con operatori, medici, educatori, psicologi, assistenti sociali, luoghi di ascolto, reti di prossimità.

Modena ci dice che il sicuritarismo è finito. Non perché abbia smesso di fare danni, ma perché ha mostrato la propria impotenza. Ha promesso ordine e ha prodotto rimozione. Ha promesso protezione e ha lasciato sole le persone. Ha indicato nemici e ha nascosto cause. Ha militarizzato lo spazio pubblico e ha impoverito la cura. Ha costruito categorie e ha cancellato esseri umani.

Le vittime di Modena meritano giustizia. Meritano cura, sostegno, verità. Ma proprio per questo meritano anche che il loro dolore non venga usato per costruire altre menzogne. Meritano un Paese capace di interrogarsi seriamente su ciò che è accaduto. Un Paese che non trasformi una tragedia in un manifesto razzista. Un Paese che sappia dire che il problema non sono le seconde generazioni, ma una società che abbandona, isola, precarizza, stigmatizza e poi si stupisce quando il rimosso ritorna con violenza.

Ci meritiamo molto di più della putrida aria politica che respiriamo. Ci meritiamo un altro modo di pensare la sicurezza. Un altro modo di intendere la comunità. Un altro modo di stare al mondo.

E soprattutto ci meritiamo una società che impari finalmente a leggere, prima che sia troppo tardi, la grammatica fragile e dolorosa delle persone.

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