Il Monte dei Paschi e il trionfo del “Banchiere di Stato”: se la finanza vince, la politica (e il territorio) scompare

L’epilogo dell’assemblea del Monte dei Paschi di Siena del 15 aprile 2026 segna un punto di non ritorno, non solo per la banca più antica del mondo, ma per l’idea stessa di gestione pubblica e sociale del credito in questo Paese. La vittoria della lista di Luigi Lovaglio, sostenuta da Plt Holding e dai grandi fondi internazionali, contro la cordata che faceva capo a Francesco Gaetano Caltagirone, viene dipinta come un successo della stabilità. In realtà, è la certificazione definitiva di una sconfitta per chiunque creda che una banca strategica non debba essere un semplice terreno di caccia per algoritmi finanziari e “risanatori” d’ufficio.

Ecco i punti critici di una vicenda che la sinistra di governo (PD in testa) ha colpevolmente lasciato scivolare verso il mercato:

Il paradosso del “risanatore”: Lovaglio viene celebrato come l’uomo che ha salvato la banca. Ma a quale prezzo? Il suo ritorno in sella, dopo il siluramento lampo del CdA uscente, è stato possibile solo grazie al voto decisivo di Delfin e dei fondi speculativi, con il MEF che è rimasto a guardare, rinunciando di fatto a esercitare un ruolo di indirizzo pubblico proprio nella fase cruciale della privatizzazione.

La guerra tra élite: lo scontro con Caltagirone non è stato un conflitto tra “pubblico” e “privato”, ma una faida interna al capitalismo italiano per il controllo di Mediobanca e Generali. MPS è stata usata come una pedina nel risiko del Nord, mentre i bisogni del territorio senese e delle piccole imprese sono stati cancellati dall’agenda.

L’ombra della privatizzazione: mentre si festeggia l’efficienza, lo Stato sta uscendo in silenzio dal capitale di Siena, incassando i dividendi di un “risanamento” fatto di migliaia di esuberi e chiusure di filiali negli ultimi anni. La vittoria di Lovaglio accelera la trasformazione di MPS in un boccone appetibile per grandi gruppi privati (si parla già di fusioni con Banco BPM o Unicredit), completando il lavoro iniziato decenni fa con la svendita del patrimonio bancario nazionale.

Il silenzio progressista: fa impressione il silenzio delle forze progressiste vicine al PD, che hanno gestito il declino di Rocca Salimbeni per anni e oggi assistono alla sua definitiva “normalizzazione” finanziaria come se fosse un evento atmosferico. Non c’è stata una voce che abbia chiesto di trasformare MPS in una vera banca pubblica d’investimento per la transizione ecologica e il sostegno al lavoro.
In conclusione, la sconfitta di Caltagirone non è una vittoria del “bene” contro i “poteri forti”.

È semplicemente la conferma che il destino di MPS è ormai deciso altrove: nei salotti della grande finanza milanese e internazionale, lontano da Siena e, soprattutto, lontano da ogni controllo democratico.

Lovaglio torna al comando per traghettare la banca verso l’ultimo atto della privatizzazione, lasciandoci in eredità l’ennesima prova che in Italia, quando si parla di banche, la politica ha abdicato alla tecnica, e la sinistra ha smesso di essere tale.