Le recenti e rumorose manifestazioni al valico del Brennero hanno riacceso i riflettori sui canali d’ingresso delle merci in Italia. La protesta si è scagliata contro l’articolo 60 del Codice doganale dell’Unione Europea, che disciplina l’origine non preferenziale delle merci e il concetto di “ultima trasformazione sostanziale”.
Secondo la narrazione dominante delle piazze, basterebbe cancellare o modificare questa norma per bloccare le triangolazioni commerciali, fermare il finto Made in Italy e salvare magicamente le nostre campagne. Si tratta di una clamorosa illusione ottica.
Concentrare l’intera attenzione mediatica e politica su una singola norma doganale significa indicare la luna e guardare il dito. È un tema politicamente comodo, buono solo per agitare gli animi e vendere la falsa promessa che i problemi strutturali dell’agricoltura italiana si possano risolvere con un colpo di spugna burocratico a Bruxelles. La realtà della terra è molto più complessa, amara e urgente.
Mentre la politica si appassiona ai trattati internazionali, la condizione materiale dei contadini italiani precipita.
La vera emergenza non si consuma ai confini di Stato, ma lungo i passaggi interni della filiera agroalimentare. Il cuore della crisi risiede nel crollo verticale del reddito agricolo, schiacciato da una forbice insostenibile tra i costi di produzione e i prezzi di vendita all’ingrosso.
Oggi chi coltiva la terra sostiene per intero il rischio d’impresa, subisce gli effetti devastanti del cambiamento climatico e paga a caro prezzo sementi, energia e carburanti. Al momento del raccolto, però, lo stesso produttore si trova privo di qualsiasi potere contrattuale di fronte ai giganti della Grande Distribuzione Organizzata e dell’industria di trasformazione.
I prezzi corrisposti ai contadini sono spesso inferiori ai costi di produzione, trasformando il lavoro nei campi in un vicolo cieco economico. La sovranità alimentare e la tutela del territorio non si difendono alzando barriere ideologiche al Brennero, ma garantendo la dignità economica a chi quel territorio lo vive e lo lavora ogni giorno. È necessario spostare il baricentro del dibattito sulle vere priorità: l’applicazione rigorosa della legge contro le pratiche commerciali sleali, il rafforzamento dei contratti di filiera che assicurino un prezzo minimo garantito sopra i costi di produzione e una redistribuzione del valore aggiunto che oggi si disperde tra i mille rivoli della distribuzione. I finti nemici esterni servono solo a distrarre dalle responsabilità interne.
L’agricoltura italiana si salva restituendo potere contrattuale e reddito reale ai suoi protagonisti, non illudendoli che la salvezza dipenda da una revisione doganale. È tempo di tornare alla concretezza della terra e alla tutela materiale del lavoro contadino.
