La sicurezza senz’anima del centrosinistra: se il “modello Gabrielli” spiana la strada alla destra

L’iniziativa del Partito Democratico a Torino, nobilitata dalla presenza di Franco Gabrielli, rappresenta l’ennesima saldatura tra il progressismo nostrano e la cultura del controllo tecnocratico.

Sotto la superficie del dibattito si cela un’idea di fondo radicalmente sbagliata. Si continua a trattare la sicurezza come un capitolo autonomo, una pura questione di ordine pubblico mitigato da buone maniere amministrative, elidendo i nodi strutturali di una reale ricostruzione sociale. Una ricostruzione che dovrebbe, al contrario, fondarsi sulla garanzia dei diritti costituzionali e sull’ampliamento degli spazi di democrazia e partecipazione.

La narrazione emersa all’appuntamento torinese poggia su un equivoco storico del centrosinistra: la convinzione che basti efficientare la macchina della prevenzione penale o declinare la vigilanza in chiave “democratica” per disinnescare le tensioni urbane. Questo approccio rinuncia in partenza a rimuovere le cause profonde del disagio.

La desertificazione culturale delle periferie, l’assenza di servizi di prossimità, la precarietà abitativa e la frammentazione sociale vengono derubricate a mere cornici ambientali da sorvegliare, anziché essere assunte come le vere priorità politiche da sanare. Il paradosso strutturale emerge guardando al futuro dell’alleanza progressista. Il cosiddetto “campo largo”, se mai arriverà al governo della nazione o delle grandi città, si troverà a dover implementare proprio le linee di tendenza espresse da Gabrielli e dai molti che, nell’establishment dem, condividono la sua impostazione securitaria e pragmatica.

Accettando questa impostazione, il centrosinistra si condanna a costruire una risposta intrinsecamente falsa. Non si curano le ferite di una comunità impoverita aumentando i dispositivi di controllo o raffinando le tecniche di gestione del rischio urbano.

Questa strategia produce un effetto politico perverso e storicamente verificato. Riducendo la sicurezza a gestione dell’esistente e a contenimento del marginale, la sinistra abdica al suo ruolo trasformativo. Così facendo, non fa altro che preparare il terreno per ulteriori torsioni reazionarie.

Quando le risposte tecnocratiche mostreranno il fiato corto di fronte all’inarrestabile aumento delle disuguaglianze, l’elettorato non cercherà la copia sbiadita del rigore, ma l’originale. La destra populista, autoritaria e identitaria troverà praterie già dissodate proprio da quelle politiche progressiste che hanno legittimato l’ossessione del controllo a discapito della giustizia sociale.

Per invertire la rotta, occorre il coraggio di affermare che l’unica sicurezza duratura coincide con l’espansione dei diritti, della cittadinanza e del welfare materiale.

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